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A Jenin un balzo indietro di vent’anni

Giorgio Bernardelli
4 luglio 2023
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Le azioni dell’esercito israeliano a Jenin che dovrebbero «risolvere il problema» del terrorismo palestinese sono una brutale dimostrazione di forza ad uso e consumo della propria opinione pubblica, che non ha visto tutto quello che lì intorno è successo prima...


Sempre Jenin. La stessa Jenin dell’Operazione Scudo di difesa dell’aprile 2002 e delle polemiche intorno al documentario di Mohammed Bakri Jenin, Jenin. Ma anche la città dell’assassinio senza verità – l’11 maggio 2022 – di Shireen Abu Akleh, la giornalista cristiana palestinese di al Jazeera che stava raccontando una delle tante «operazioni antiterrorismo» dell’esercito israeliano dai vicoli del campo profughi creato dai giordani per gli arabi fuggiti da Haifa e dal nord della Galilea durante la guerra del 1948 (e che oggi ospiterebbe tra le 15 e le 20mila persone – ndr).

Finiscono sempre per concentrarsi su Jenin le azioni che, nelle dichiarazioni dei vertici dell’esercito israeliano, dopo l’ennesimo attentato, dovrebbero «risolvere il problema» in nome del «diritto di difendersi». Le ultime sono iniziate proprio ieri, 3 luglio 2023, con ampio dispiegamento di uomini e mezzi da terra e dal cielo (almeno dieci i morti palestinesi fino ad ora). Interventi che, di fatto, sono solo una brutale dimostrazione di forza ad uso e consumo della propria opinione pubblica, che non ha visto tutto quello che lì intorno è successo prima: il senso di onnipotenza dei coloni, le umiliazioni nei campi e ai check-point, l’urbanistica utilizzata come arma per contenere e rendere impossibile il futuro altrui. Non c’è mai posto per tutto questo nei racconti su Jenin: solo i raid e le barricate.

Eppure – nei primi anni Duemila – proprio qui erano successe due cose, entrambe in apparenza piccole ma significative. Nel 2005 Ariel Sharon – lo stesso Ariel Sharon che tre anni prima aveva mandato i carri armati a Jenin – nel contesto del ritiro unilaterale da Gaza, aveva deciso di smantellare quattro piccolissimi insediamenti del nord della Cisgiordania. Homesh, Ganim, Kadim e Sa-Nur: poche case con meno di 500 abitanti tutti insieme, ma tutti molto vicini a Jenin. Il ragionamento di Sharon, come sempre, era stato esclusivamente pragmatico: nessuna intenzione di abbandonare la Samaria settentrionale, come la chiamano i coloni (e infatti non ci pensò neppure lontanamente a sgomberare gli altri insediamenti di quella zona, come Tal Menashe, Hinnanit o Shaked). Almeno quelli più piccoli, destinati a creare solo inutili tensioni con i palestinesi di Jenin, provò a cancellarli.

Appena un anno dopo, nel grande campo profughi era nata un’esperienza interessante: il Freedom Theatre, una forma artistica di resistenza all’ingiustizia che non utilizzava le armi ma il teatro. A idearla era stato un’artista visionario, Juliano Mer Khamis, figlio di una coppia mista, formata da una donna ebrea della Galilea fortemente impegnata nei movimenti per la pace e di un arabo cristiano di Nazaret. La sua intuizione Juliano la pagò con la vita: fu ucciso nel 2011 da chi non gradiva quell’alternativa alle armi (ne parlammo già allora in questo blog). Il Freedom Theatre non è morto con lui: in tutti questi anni ha provato a mantenere viva la sua eredità, promuovendo produzioni artistiche tra i giovani del campo profughi. A dirigerlo da qualche anno è Ahmed Tobasi, un palestinese cresciuto a Jenin che ha conosciuto le carceri israeliane durante l’intifada. Ieri proprio Tobasi ha consegnato al blog israeliano +972 con alcuni messaggi vocali dal campo profughi la sua testimonianza su quanto sta accadendo in queste ore. «Ciò che sto vedendo mi riporta indietro di vent’anni – ha detto alludendo all’Operazione Scudo di Difesa del 2002, l’anno delle stragi sugli autobus e della durissima reazione di Sharon –. È la stessa atmosfera, lo stesso pericolo, la stessa distruzione. Non abbiamo elettricità, non abbiamo internet, hanno rotto le condutture dell’acqua, hanno tagliato tutti i cavi elettrici, ci sono cecchini israeliani ovunque. Non si tratta della solita operazione dell’esercito che fanno spesso nel campo. Questa sembra destinata a durare a lungo. Vogliono punire l’intero campo come vendetta».

Indietro di vent’anni. Ma non è cominciata adesso. Il primo atto, infatti, si era già consumato lontano dei riflettori un giorno di marzo, quando nell’aula della Knesset – il parlamento israeliano – la maggioranza che sostiene Netanyahu ha onorato una delle tante cambiali con i movimenti della destra estrema che l’hanno riportata al governo. Quel giorno hanno cancellato il ritiro di Sharon dai quattro insediamenti dal nord della Samaria. Così oggi i coloni stanno tornando, hanno già cominciato a Homesh. A marzo, quando la Knesset ha approvato la legge, il dipartimento di Stato Usa la definì una mossa «provocatoria e controproducente». Ma chi abita a Jenin sa benissimo che sono le parole vuote di sempre. Da mesi proprio il nord della Cisgiordania è diventato l’epicentro delle tensioni in Palestina. Proprio il posto dove i coloni stanno passando all’incasso con Netanyahu. Far finta che sia solo una coincidenza è mera ipocrisia.

Clicca qui per leggere la storia del Freedom Theatre

Clicca qui per leggere la testimonianza di Ahmed Tobasi

Clicca qui per leggere un articolo sul ritorno dei coloni a Homesh

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