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Erdogan rieletto, buona notizia per le turche?

Manuela Borraccino
8 giugno 2023
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Molte attiviste nel campo dell'emancipazione femminile temono passi indietro e un giro di vite da parte del Parlamento più conservatore mai eletto nei cent’anni di vita della Turchia moderna.


Non poteva che suscitare commozione, e qualche critica, il ringraziamento al 76esimo festival di Cannes di Merve Dizdar, prima attrice turca ad esser premiata nel prestigioso festival cinematografico internazionale per la migliore interpretazione femminile nel film About Dry Grasses di Nuri Bilge Ceylan. «Il personaggio che interpreto nel film, Nuray – ha detto l’artista dal palco francese – è una donna che lotta per ciò in cui crede e che per questo motivo è costretta a pagare caro. Sfortunatamente so bene, come lei, che cosa significhi nascere donna nel Paese in cui vivo. Dedico questo premio a tutte le donne che non si arrendono di fronte a ciò che viene loro imposto, che combattono per sostenere la battaglia delle donne, che per questo rischiano tutto e non smettono di sperare, e a tutti coloro che lottano in Turchia per vivere giorni migliori».

Le parole di Dizdar, elogiate da personalità della cultura e dello spettacolo turche, che ora temono un ulteriore giro di vite sulla libertà di espressione e di opinione, sono rapidamente diventate virali in rete e hanno attirato gli strali soprattutto del partito Giustizia e Sviluppo (Akp), del presidente Recep Tayyip Erdogan. Il viceministro della cultura Serdar Cam ha accusato l’attrice di umiliare il suo Paese e ha minacciato di cancellare la messa in onda e impedire la vendita di serie televisive e film che la vedono protagonista. L’episodio riflette in realtà la discrasia sempre più marcata fra le élite intellettuali liberali – che comprendono anche molte associazioni femministe – che non si sentono rappresentate dalle forze al potere e la crescente influenza dei partiti politici che sostengono Erdogan, entrato nel terzo decennio alla guida del Paese.

40 femminicidi a maggio, 392 nel 2022

Nell’anno in cui la Turchia celebra i primi 100 anni della nazione moderna, le elezioni del 14 maggio e la rielezione di Erdogan nel ballottaggio del 28 maggio hanno infatti portato in Parlamento le forze più nazionaliste che il Paese abbia mai conosciuto dalla sua fondazione. I partiti conservatori occupano più di 400 seggi su 600, le parlamentari elette sono 121: il numero più alto finora, ma si tratta paradossalmente di esponenti dei partiti alleati di Erdogan elette proprio perché attaccano frontalmente i diritti delle donne, in un Paese che è al 124.mo posto (su 145 Paesi) nella classifica 2022 del Rapporto sull’ineguaglianza di genere (Global Gender Gap Report).

Nel solo mese di maggio ci sono stati 40 femminicidi in Turchia. Nel 2022 se ne sono contati 392, una piaga che, secondo la piattaforma Fermeremo i femminicidi (Kadın Cinayetlerini Durduracağız Platformu), si deve anche alle politiche promosse dal presidente Erdogan, che garantiscono l’impunità agli uomini (quasi sempre i partner, o i padri o i fratelli) che si macchiano di questi crimini.

Dalle urne una Turchia più conservatrice che mai

La coalizione che appoggia Erdogan – composta dall’Akp e dai nazionalisti dell’Mhp – ha la maggioranza con 327 seggi su 600: l’Akp, che resta il partito più votato, è passato a 268 seggi dai 295 della precedente legislatura, mentre l’Mhp ne ha conquistati 50, uno in più rispetto ai 49 precedenti. Tra i nuovi ingressi nella Allenza del popolo che sostiene Erdogan figurano due partiti islamisti ultraconservatori, il partito del Nuovo Welfare con cinque seggi e quello curdo sunnita Huda Par (partito della Causa libera) con quattro seggi: entrambi non fanno mistero di voler abrogare la legge contro la violenza domestica «perché mina l’unità familiare» e di voler chiudere le associazioni che lottano per l’uguaglianza di genere. Erdogan ha mancato l’obiettivo di raggiungere la maggioranza qualificata di 360 seggi, necessaria per cambiare la Costituzione: per poterlo fare dovrà cooptare membri dell’opposizione, dove la forza maggioritaria resta il partito Repubblicano del popolo (Chp), che è entrato in Parlamento con 130 seggi, seguito dai filo-curdi del partito Democratico del popolo (Hdp), che ha ottenuto 66 seggi, ma ha perso smalto e capacità organizzativa, anche a causa degli arresti di massa che hanno portato in carcere non meno di 10mila militanti nel corso degli ultimi anni.

Timori per l’agenda dei partiti islamisti

Il voto esprime la crescita dell’orientamento islamista e nazionalista nella classe media e nelle fasce più svantaggiate della popolazione turca, sia nelle aree urbane che in quelle rurali. Ed è proprio questa radicalizzazione a preoccupare le donne attive nelle associazioni per l’uguaglianza di genere. Il partito del Nuovo welfare, ad esempio, ha già detto di volersi opporre a un’eventuale nuova adesione della Turchia alla Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere e chiede che venga impartita l’educazione coranica nelle scuole a partire dai 4 anni d’età.

Anche gli esponenti filo-curdi del partito della Causa libera, il più controverso fra i nuovi ingressi in Parlamento, propone la stesura di una nuova Costituzione in linea con i valori islamisti e che tuteli la famiglia tradizionale da stili di vita «perversi», oltre all’abolizione della legge contro la violenza sulle donne, a restrizioni ai diritti sugli alimenti per le donne divorziate e a modifiche al sistema scolastico laico. Secondo molti analisti è assai improbabile che l’agenda di questi due partiti islamisti si realizzi, ma il rientro nella Convenzione di Istanbul sulla tutela delle vittime di violenza resta una chimera, almeno nei prossimi cinque anni.

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