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Rivolta sul web in Iraq contro un padre che uccide la figlia youtuber

Manuela Borraccino
24 febbraio 2023
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Sdegno per l’omicidio da parte del padre di una influencer 22enne, che era scappata di casa sei anni fa perché abusata dal fratello. Le attiviste si mobilitano: processatelo per omicidio premeditato, basta con i “delitti d’onore”. Il capo della Polizia ammette: servono leggi contro la violenza domestica.


Si torna a parlare di leggi contro la violenza domestica e contro i femminicidi in Iraq dopo l’assassinio della youtuber 22enne Tiba al-Ali, uccisa lo scorso 31 gennaio dal padre che l’avrebbe strangolata nel sonno, secondo quanto avrebbe confessato alla Polizia. La ragazza era scappata di casa sei anni fa e viveva in Turchia, dove postava dei video sulla sua vita quotidiana con il fidanzato di origine siriana. Era tornata in Iraq per far visita ai parenti, pur sapendo che il padre disapprovava il suo stile di vita.

L’omicidio ha sollevato un’ondata di sdegno sui social in Iraq, anche perché è emerso che l’influencer aveva raccontato di essersi rifugiata in Turchia nel 2017 per esser stata abusata dal fratello, con la famiglia che le aveva chiesto di “metterci una pietra sopra”. Anche per questo tantissime irachene stanno chiedendo che il caso sia trattato dalla giustizia come omicidio premeditato e non come un cosiddetto «delitto d’onore». Quest’ultimo capo d’imputazione si riferisce a omicidi commessi di solito da membri della famiglia, fratelli o padri, per ristabilire l’onore che il comportamento di una donna o una ragazza della famiglia si ritiene abbia macchiato con un comportamento considerato indecente. In tal caso in Iraq l’omicida rischia appena tre anni di carcere se ritenuto colpevole.

Amnesty: nessuna protezione per le vittime di violenza domestica

In un comunicato delle scorse settimane Amnesty International ha sottolineato come l’Iraq «abbia fallito nel contrasto alla violenza domestica» nonostante la mobilitazione di molte organizzazioni. La nota definiva «scioccante» che il codice penale iracheno ancora depenalizzi i cosiddetti delitti d’onore, che includono gravissime violenze fino all’assassinio. Inoltre denunciava «la mancanza di un sistema di protezione efficace per chi denuncia violenza domestica e l’assenza di case-rifugio per donne e ragazze».

Dal 2008 un corpo di Polizia municipale contro pratiche tribali

Nel 2008 il Ministero dell’Interno iracheno aveva istituito un corpo di polizia locale di comunità ulteriormente sviluppato dal 2009, per rafforzare i legami tra società e organi dello Stato in Iraq e ridurre il ricorso a pratiche tribali di regolamento di conti. La priorità era quella di coinvolgere la popolazione nel contrasto al crimine, in primis contro le violenze che avvengono in famiglia e che rendono ancora oggi l’ambiente domestico il luogo più pericoloso per la sicurezza delle donne.

In un’intervista dello scorso dicembre ad Al Monitor, il generale Ghalib Atiyah che dal 2019 guida questo corpo di polizia aveva dichiarato che non c’era stato alcun omicidio nel 2022 su nessuno dei 153 casi di ragazze vittime di violenza domestica che erano fuggite o erano state coinvolte in casi giudiziari seguiti dalla polizia: un segnale che doveva essere considerato «un passo avanti, tenuto conto dell’influenza del tribalismo nella società irachena». Anche perché risultano in aumento «i casi di donne adescate online da presunti aspiranti fidanzati, che hanno troppa vergogna a tornare a casa quando si rendono conto di esser state ingannate, anche per il fortissimo stigma sociale che colpisce la maggior parte delle donne che se ne va di casa senza sposarsi».

Capo della Polizia: «Senza una legge abbiamo le mani legate anche noi»

Secondo il militare, attraverso l’opera di mediazione con la famiglia e le verifiche che la Polizia svolge una volta che la ragazza rientra in famiglia, «le forze dell’ordine giocano un ruolo chiave nell’ottenere che molte di queste giovani donne non finiscano preda della disperazione e che le famiglie diano il loro consenso al rientro senza far loro del male».

Gen. Atiyah: «Servono molti più agenti donne»

Non mancano casi nei quali sono proprio le famiglie a spingere molte di queste giovani verso la prostituzione. «Senza una legge contro la violenza domestica – incalza il generale – abbiamo le mani legate anche noi. Talvolta – ha raccontato – incontriamo una donna che vaga per le strade di Baghdad alle 2 di notte perché a casa è stata picchiata o è fuggita da qualche forma di violenza, e non sappiamo dove portarla. Spesso chiedono di stare con le donne poliziotto per sentirsi al sicuro, e questa è una grande responsabilità». Proprio per far fronte all’aumento dei casi e per spingere le vittime a denunciare, il generale ha anche chiesto al Ministero di assumere molte più donne, che sono ancora appena il 2 per cento degli agenti, e delle quali ci sarebbe enorme bisogno anche per far fronte a questi reati.

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