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Loti, a Gerusalemme in cerca della fede

Francesca Cosi
10 giugno 2022
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Louis-Marie-Julien Viaud (Loti) giunse in Terra Santa nel 1894, dopo aver trascorso la vita viaggiando e dopo essere stato eletto accademico di Francia per i suoi meriti letterari. Cercava la fede, ma...


Il nome di Pierre Loti è legato per antonomasia ai viaggi, e lo scrittore lo ricevette proprio durante una delle sue numerose esplorazioni ai quattro angoli del globo. Si chiamava infatti Louis-Marie-Julien Viaud e nel 1871 era un giovane allievo ufficiale della marina francese con l’ordine di raggiungere sulla fregata Flore l’isola di Pasqua per correggerne le mappe e prelevare una delle gigantesche statue che la popolavano. La destinazione finale era però Tahiti, dove nel 1872, appena ventiduenne, ebbe l’onore di incontrare la regina Pomaré e di ricevere da lei il nome di un fiore tropicale, il «Loti», che poi avrebbe usato per firmare i suoi scritti di viaggio, una cinquantina in tutto.

Giunse in Terra Santa nel 1894, dopo aver trascorso la vita viaggiando (e a volte combattendo o fidanzandosi) in Algeria, America del Sud, Senegal, Turchia, Montenegro, Cina, Giappone, Paesi Baschi, e dopo essere stato eletto accademico di Francia per i suoi meriti letterari. Nato da una famiglia protestante e praticante, non era credente e tempo prima aveva scritto: «Penso di recarmi presto a Gerusalemme, dove cercherò di recuperare qualche briciola di fede». Nel corso dei suoi viaggi aveva inoltre sviluppato una fascinazione per la cultura ottomana e al contempo risentiva dei pregiudizi antisemiti diffusi all’epoca, che proprio nell’anno del suo viaggio in Palestina portarono alla condanna a Parigi del capitano Alfred Dreyfus: tutti elementi che si ritrovano nei suoi tre diari di Terra Santa, intitolati Gerusalemme, Il deserto e La Galilea.

Loti arriva a Gerusalemme il 26 marzo 1894 dopo avere attraversato il deserto a cavallo, vestito da beduino come amava fare (e come dimostrano le numerose foto che lo ritraggono in abiti esotici), poi indossa i panni dell’occidentale e visita la città e i dintorni fino al 16 aprile. Il suo viaggio è un tentativo di trovare in Terra Santa un’atmosfera se non spirituale almeno ispiratrice, ma già il secondo giorno viene frustrato dalla presenza dei «chiassosi turisti delle agenzie di viaggio»: «Non eravamo pronti a imbatterci in spettacoli del genere – scrive –. Ancor più del nostro sogno orientale ne è offeso il nostro sogno religioso. Oh! Il loro abbigliamento, le loro grida, le loro risa su questa terra santa dove giungevamo, così umilmente pensosi, lungo la vecchia via dei profeti!».

Per fortuna altri incontri, tra cui quello con i pellegrini sul Golgota, gli permettono di ritrovare quel clima di fede che in fondo sta cercando: un giovane cosacco si inginocchia per baciare il punto in cui fu piantata la croce, donne dai lunghi veli neri pregano a braccia alzate in una lingua ignota, una vecchia estrae il Vangelo dal suo fagotto e accende un cero, altri ancora arrivano «con gli stessi occhi pieni di umiltà e di fede». E Loti un po’ li invidia, tutti quei pellegrini, e commenta: «Hanno scelto la parte migliore, quelli che senza capire, adorano… E fare come loro non sarebbe forse del tutto impossibile neanche agli esseri complicati e chiaroveggenti come noi; fare come loro non già per semplicità – non si ridiventa semplici, purtroppo! – ma al contrario, grazie a uno sforzo superiore della ragione».

Quello sforzo sarà destinato a fallire, per Loti, che tuttavia conclude il resoconto benedicendo «il breve instante in cui ho quasi recuperato in Lui la speranza ineffabile e profonda, in attesa che il nulla ricompaia davanti a me, più buio, domani».

 

(Coautrice di queste righe è Alessandra Repossi)

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