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Il governo Bennett-Lapid si affloscia senza gloria

Giorgio Bernardelli
21 giugno 2022
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Con una conferenza stampa congiunta, il 20 giugno 2022 Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato la fine della loro esperienza alla guida del governo di Israele. Una navigazione a vista durata un anno e ben poco feconda.


Alla fine il «governo anomalo» in Israele ha gettato la spugna. Dopo un anno e una settimana, ieri sera (20 giugno 2022) il premier Naftali Bennett e il suo alter-ego in questa avventura Yair Lapid hanno annunciato che la prossima settimana porteranno in votazione il disegno di legge per lo scioglimento della Knesset, che condurrebbe il Paese alle quinte elezioni legislative in tre anni e mezzo (molto probabilmente il 25 ottobre).

Secondo quanto previsto dagli accordi di un anno fa tra le otto forze politiche molto eterogenee che formavano una coalizione dalla maggioranza estremamente risicata, Bennett passerà la mano a Lapid per la guida del governo che resterà in carica per l’ordinaria amministrazione, anticipando così la staffetta originariamente prevista per l’autunno 2023. Come si è visto già dalla conferenza stampa di ieri – piena di effusioni da parte di entrambi sulla rispettiva lealtà – sarà un passaggio senza grandi traumi che consegnerà un vantaggio importante a Lapid, specie se l’esito delle elezioni dovesse rivelarsi ancora una volta confuso.

Il premier uscente Naftali Bennett (a sin.) e il ministro degli Esteri Yair Lapid durante la conferenza stampa del 20 giugno 2022 alla Knesset. (foto Yonatan Sindel/Flash90)

Resta solo una possibile incognita che potrebbe rompere le uova nel paniere all’esponente centrista: la legge israeliana prevede il meccanismo della sfiducia-costruttiva. Dunque se l’eterno Benjamin Netanyahu, attuale leader dell’opposizione, nei prossimi giorni riuscisse a raccogliere 61 voti dei 120 della Knesset potrebbe anche tornare direttamente al governo, senza passare dalle elezioni. Al momento, però, appare un’ipotesi abbastanza remota. Anche perché Netanyahu stesso, stavolta, è convinto di poter vincere alle urne con un ampio margine e i sondaggi sembrerebbero dargli ragione.

C’è da chiedersi, allora, che cosa resterà della “parentesi” di questo strano governo che in Israele è riuscito a tenere insieme per un anno arabi e partiti legati ai coloni, attivisti sociali e imprenditori affermati, pacifisti ed ex generali. Il vero problema – come sottolinea bene Lahav Harkov nel suo commento oggi sul quotidiano in lingua inglese The Jerusalem Post – è che Bennett ha mancato la sua principale promessa, quella cioè di dare vita a un vero governo di pacificazione nazionale dopo gli anni del divide et impera di Netanyahu.

L’impresa era difficilissima, specie per un governo con una maggioranza fin dall’inizio appesa a un solo voto. Però – alla fine – l’unica risposta è stata un anno di navigazione a vista, dove per sopravvivere questa maggioranza, cementata solo dall’opposizione a Netanyahu, ha cercato costantemente di evitare ogni argomento divisivo. Ed è inevitabilmente caduta su una scadenza che non poteva più rinviare: la discussione della legge «provvisoria» (rinnovata ogni cinque anni dal 1967) che estende ai coloni in Cisgiordania la giurisdizione dei tribunali ordinari israeliani. Una forza araba come Ra’am – che fa parte della coalizione di governo – non poteva oggettivamente votare una norma che sancisce un trattamento diverso di fronte alla legge a palestinesi e israeliani che abitano negli stessi territori. Bennett contava sul sostegno esterno del Likud. Ma per la stessa logica per cui forze divise su tutto si erano unite solo per spodestare Netanyahu, il Likud ha votato contro i coloni per far cadere il governo. E alla fine ci è riuscito. Ben sapendo che in caso di scioglimento della Knesset la legge in questione sarebbe comunque rimasta in vigore.

Israele torna, dunque, alle elezioni ma senza quella società “pacificata” che Bennett e Lapid avevano promesso. Anche perché fuori dal loro perimetro, con Netanyahu, hanno lasciato il mondo dei partiti religiosi, che oggi restano una carta fondamentale nelle mani del Likud. Bennett esce personalmente sconfitto: il suo partito Yamina, un tempo forza di riferimento per il mondo dei coloni, oggi è scavalcato a destra dal partito religioso sionista di Bezalel Smotrich, che viaggia molto forte nei sondaggi. Non è nemmeno detto che il premier uscente si ricandidi alla Knesset.

L’altro grande sconfitto oggi appare l’arabo Mansour Abbas, che con il suo partito Ra’am aveva varcato il Rubicone, entrando nella coalizione di governo con l’obiettivo pragmatico di ottenere concessioni per gli arabi israeliani. Anche lui – alla fine – ha raccolto ben poco e in una campagna elettorale con l’ultradestra favorita è facile aspettarsi che ricomincino le polarizzazioni. Come sottolineava già qualche giorno fa Ben Dror-Yemini su Ynetnews, però, la questione della partecipazione degli arabi alla politica resta un grande nodo per la società israeliana. L’unico sul quale, forse, questo strano governo senza infamia e senza lode in un domani (probabilmente non molto immediato) potrebbe diventare comunque un precedente interessante.

Clicca qui per leggere l’editoriale di David Horovitz pubblicato oggi su The Times of Israel

Clicca qui per leggere il commento di Lahav Harkov su The Jerusalem Post

Clicca qui per leggere l’analisi di Ben Dror-Yemini sul nodo della partecipazione degli arabi

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