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Gli Emirati porto sicuro per i siriani che contano

Laura Silvia Battaglia
28 marzo 2022
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Il governo degli Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni, nonostante il raffreddarsi dei rapporti, ha sempre tenuto le porte succhiuse agli imprenditori e politici siriani. I giri di valzer in politica estera.


La guerra in Ucraina e la chiara avversione di Washington nei confronti di Mosca ricompattano molti Stati della Lega Araba e non solo sul fronte energetico. Dopo la visita del presidente siriano Bashar al-Assad negli Emirati, il 18 marzo scorso, si è assistito alla riabilitazione definitiva di Assad nella diplomazia mediorientale. Un’ipotesi che fino a due anni fa non sembrava realistica ma alla quale ha lavorato con costante impegno il ministro degli Esteri emiratino, Abdullah bin Zayed, a partire dal respingimento della proposta di espulsione della Siria dalla Lega Araba, fino alla sua visita a Damasco un anno fa.

Qui pare che, più di tutto, abbiano potuto gli interessi commerciali e che galeotto sia stato l’Expo. Nel marzo 2020, l’emiro in persona, Mohammed bin Rashid al-Maktoum, aveva visitato lo stand siriano a Dubai e twittato sull’importanza della Siria nel mondo arabo, dal punto di vista culturale, commerciale, economico, linguistico. Del resto, ad aver puntato sull’ascesa sia degli Emirati e dell’Arabia saudita erano stati, a suo tempo, gli imprenditori e politici siriani Sadad Inbahim al-Husseini, Yusuf Yasin e Maarouf al-Dawalibi.

Gli emiri non lo hanno dimenticato. Tanto che, nonostante le relazioni tra i due Paesi si fossero raffreddate tra il 2012 e il 2018, gli Emirati hanno permesso a molte famiglie dell’alta e media imprenditoria siriana legate agli apparati statali, e spesso imparentate con la famiglia Assad, di continuare ad operare da Dubai, pur mantenendo la propria base in Siria. Gli Emirati Arabi Uniti sono diventati la seconda residenza semi-permanente della sorella di Bashar, dopo l’assassinio del marito, Assef Shawkat, ufficiale governativo di lungo corso. Se gli asset bancari degli Assad hanno trovato qui un “porto sicuro”, anche l’attività di ricostruzione, così come quella umanitaria sono state in questi anni di guerra ampiamente finanziate dagli Emirati, che da subito si erano adoperati per la non applicabilità delle sanzioni del Piano Caesar, approvate negli Stati Uniti dall’amministrazione Trump.

Ora il velo di ghiaccio che ricopriva queste relazioni si è sciolto e altre condizioni giocano a favore: la posizione dichiaratamente anti-russa del presidente statunitense Joe Biden e della Nato; gli accordi per il gas europei, e soprattutto tedeschi che stanno privilegiando il Qatar, storico concorrente degli Emirati, insieme alla Turchia; la volontà del governo di Istanbul di porsi come mediatore della crisi del Nord Europa, ma anche i suoi tentativi di approccio con gli Emirati stessi, che hanno preso forma con il viaggio del presidente turco Recep Tayyip Erdogan negli Emirati, il 14 febbraio scorso. Esito anche della pressione abilmente esercitata da Assad sulla Turchia manipolando la questione curda.

Del resto, la Turchia ha continuato ad ammassare un centinaio di altre truppe al confine siriano, invece di spedirle in Iraq, segno che se c’è un problema, è verso Ankara che la Siria guarda con preoccupazione. L’opportunità di riabilitarsi offerta a Bashar al-Assad è d’oro, anche in virtù del disappunto di Abu Dhabi verso Washington: dietro il rifiuto del principe Mohammed bin Zayed di parlare direttamente con il presidente americano Joe Biden ci sono le rinnovate negoziazioni americane con l’Iran, la risposta non ostile di Abu Dhabi alla invasione russa dell’Ucraina, le tensioni sulla guerra in Yemen.

Comparata con l’era Trump, adesso la distanza tra gli Emirati e gli Stati Uniti è massima. E la riabilitazione di Bashar al-Assad non fa che renderla, per Washington, insopportabile.

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