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Pizzaballa: «Non vogliamo essere messi sotto una campana di vetro»

Christophe Lafontaine
4 gennaio 2022
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Pizzaballa: «Non vogliamo essere messi sotto una campana di vetro»
Il patriarca latino di Gerusalemme, mons. Pierbattista Pizzaballa, in arrivo alla basilica della Natività a Betlemme, 24 dicembre 2021 (foto STR / Flash90)

Il primo gennaio il patriarca latino di Gerusalemme ha chiamato i fedeli a ridare slancio alla vita ecclesiale, a visitare i Luoghi Santi ed essere parte integrante della società civile. Invece di restare isolati, in quanto «protetti».


«A volte sento dire che noi cristiani vogliamo “protezione”, vogliamo cioè essere protetti dalle tante difficoltà e ostilità, avere i nostri spazi, dedicati a noi… Non posso condividere questo atteggiamento».

Lo ha detto mons. Pierbattista Pizzaballa durante l’omelia del primo gennaio 2022. Con queste parole il patriarca latino di Gerusalemme prende visibilmente le distanze dal comunicato dello scorso 13 dicembre del Patriarcato greco-ortodosso, che chiedeva in particolare la creazione di una «zona speciale» per preservare il quartiere cristiano della città vecchia di Gerusalemme. La dichiarazione mirava anche a metter in guardia contro le minacce che gravano sulla presenza cristiana in Terra Santa.

Va rilevato – e non si tratta probabilmente né di una svista né di una coincidenza – che questo comunicato, pur essendo stato ufficialmente sottoscritto dai «patriarchi e dai capi delle Chiese di Gerusalemme» senza però elencarne i nomi, non è stato rilanciato sul sito del Patriarcato latino di Gerusalemme…

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Nella sua omelia di Capodanno, mons. Pizzaballa sembra piuttosto voler dare risonanza alle parole del Presidente di Israele che, ricevendo il 29 dicembre nella sua residenza a Gerusalemme i capi delle Chiese cristiane di Terra Santa, ha sostenuto che «ogni comunità fa integralmente parte del vibrante mosaico che costituisce lo Stato di Israele». Riconoscendo davanti ai suoi ospiti che le loro Chiese hanno «veramente arricchito la nostra nazione e la nostra terra».

«Noi non vogliamo essere protetti e messi sotto una campana di vetro, ma essere parte integrante della vita civile e religiosa di questa nostra società», ha affermato mons. Pizzaballa, spiegando che così ha voluto la Provvidenza.

Non «formare gruppi chiusi»

In questa prospettiva, il patriarca ha chiamato i suoi fedeli a essere nella società «coloro che annunciano la buona novella con il loro stile di vita, che sanno proporre modelli diversi di relazioni, alternative al nostro mondo di dolore, incentrate su uguaglianza e riconciliazione, rispetto reciproco e amore!» Un impegno da declinare in ogni angolo della diocesi, in Palestina, Israele, Giordania e Cipro; e questo «nel mondo della cultura, della solidarietà, della politica!», ha aggiunto.
Chiaramente spinto dal desiderio di favorire la creazione di ponti invece che di muri, il patriarca dissuade categoricamente i cristiani dal «fare gruppi chiusi per allearci contro qualcuno».

Per lui la comunione tra le Chiese non si riduce a fare un fronte unito contro le difficoltà. Al contrario, ha detto, «la comunione è coscienza di appartenenza, di un dono ricevuto, dove uno è parte dell’altro e l’altro parte di sé. Tutto questo scaturisce dall’esperienza dell’incontro con Gesù. È l’incontro con Gesù che ci dona la coscienza di essere comunità, disponibile agli altri nell’ascolto reciproco».

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Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, il patriarca non ha mancato di ricordare l’importanza dell’ascolto nel cammino sinodale voluto da papa Francesco, iniziato il 30 ottobre scorso nell’ambito del Sinodo generale nella Chiesa attorno alle tre parole chiave «comunione, partecipazione e missione». Tuttavia, per il patriarca, «la comunione tra noi ci dà la fiducia necessaria per aprirci ai nostri fratelli e sorelle cristiani che non sono cattolici, ma anche ai nostri vicini musulmani ed ebrei».

Non lamentarsi e vedere segni di incoraggiamento

Consapevole della situazione geopolitica, criticando la guerra dello scorso maggio tra Israele e Hamas a Gaza che secondo lui «non ha risolto nulla», lucido anche rispetto alle ripercussioni economiche, sociali, professionali ed educative legate alla crisi sanitaria, mons. Pizzaballa ha avvertito i fedeli: «Noi cristiani di Terra Santa siamo chiamati ad essere annunciatori della buona novella delle promesse di Dio e non profeti di sventura». E ancora: «Non dobbiamo lamentarci sempre, rinchiuderci nelle nostre difficoltà. Sento di dover dire che siamo troppo spesso negativi su tutto. Mentre l’incontro con il Signore, nonostante le difficoltà, ci apre alla vita e alla gioia».

Il patriarca ha sottolineato i segnali di incoraggiamento ricevuti lo scorso anno come gli slanci di solidarietà «dal mondo e tra noi», o la visita del Papa a Cipro, che è parte della diocesi. Va ricordato che il Papa ha approfittato della sua permanenza nell’isola per registrare un messaggio esclusivo rivolto ai giovani di Betlemme e di Terra Santa, esortandoli a rimanere fedeli alle proprie radici nella terra dove Gesù è nato.

Pellegrinaggi per i fedeli di Terra Santa

Mons. Pizzaballa in qualità di pastore ha anche espresso la sua preoccupazione nel ridare slancio alla vita della Chiesa, le cui tante iniziative sono state interrotte negli ultimi due anni. «Vorrei tanto che il 2022 fosse un anno di ripresa della vita della Chiesa». Volendo orientare gli sforzi delle parrocchie, delle comunità religiose e dei laici più verso «iniziative di annuncio, di condivisione, di vita comunitaria», che non sulla progettazione «di nuove sale parrocchiali o ristrutturazioni di chiese e centri comunitari». In altre parole, privilegiare non progetti materiali, ma nutrire lo spirito di fraternità e la vita spirituale della comunità latina di Terra Santa.

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«Vorrei soprattutto che ravvivassimo l’arte della catechesi e la formazione spirituale – ha detto –, e che sviluppassimo un rapporto più familiare con la Parola di Dio». Il patriarca ha poi invitato anche i suoi fedeli a visitare i Luoghi Santi, deserti per l’assenza di pellegrini. Un’occasione per loro di diventare essi stessi pellegrini. Poiché «non sono sicuro che tutti i nostri fedeli conoscano a fondo i Luoghi Santi o abbiano mai fatto un pellegrinaggio nella loro Terra Santa», ha aggiunto. «Molti pellegrini tornano nella loro terra cambiati e rafforzati nella fede. Perché non possiamo fare anche noi questa stessa esperienza?», ha esclamato.

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