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Vian, voce dei sopravvissuti yazidi

Manuela Borraccino
9 dicembre 2021
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Genocidio, crimini contro l’umanità, riduzione in schiavitù, stupri di massa: essere voce delle donne yazide sopravvissute alle violenze dei jihadisti dello Stato islamico è l’impegno della 30enne irachena Vian Darwesh.


Vian Darwesh aveva appena 23 anni nell’agosto 2014 quando, con gli altri nove membri della sua famiglia, riuscì a malapena a mettersi in salvo lasciando in fretta e furia Sinuni, in Iraq, dove infuriava il genocidio perpetrato contro la minoranza yazida dai jihadisti dello Stato islamico. Fuggiti a piedi perché anche i loro veicoli erano danneggiati, non avevano altro che i documenti in uno zainetto: «Niente vestiti, niente da mangiare, nessun luogo dove andare» ricorda l’attivista per i diritti delle donne.

Nei mesi nei quali ripararono a Dohuk in Kurdistan, mentre i loro cari erano stati uccisi o ridotti in schiavitù, Vian si sentì chiamata a prendere la decisione più importante della sua vita: «In quel momento – spiega – mi sentii ad un bivio: dipendere dagli altri per sostenermi, in attesa degli aiuti umanitari, del governo, delle organizzazioni non governative, oppure essere io a sostenere la mia famiglia, la mia comunità e i sopravvissuti. Ho iniziato da zero: senza soldi, senza sostegni, senza agenzie alle spalle».

Genocidio yazidi, prima condanna in Germania

Oggi, sette anni dopo, Vian è la coordinatrice della rete dei sopravvissuti yazidi nell’organizzazione Yazda, nata nel 2020 dagli iracheni yazidi che sono riusciti a emigrare negli Stati Uniti per sostenere i superstiti del genocidio e della riduzione in schiavitù perpetrati dallo Stato islamico. Proprio nei giorni scorsi anche grazie a questa organizzazione, in Germania si è concluso con una condanna all’ergastolo il primo processo al mondo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra ai danni della minoranza yazida: il jihadista dello Stato islamico Taha A. H., coniugato con una cittadina tedesca a sua volta condannata a 10 mesi di reclusione per connivenza con questi reati, è stato condannato al carcere a vita per aver ridotto in schiavitù una donna yazida e la figlia di 5 anni fino a provocare la morte della bambina per stenti e percosse.

Appelli agli organismi internazionali per ottenere giustizia

Una condanna ottenuta attraverso l’impegno in prima persona dei superstiti prima in Iraq e poi nella diaspora. «Ho iniziato a parlare con le Ong e con i giornalisti fuori dall’Iraq – racconta Vian – a scrivere post in inglese su Facebook per diffondere la consapevolezza su quello che gli yazidi stavano vivendo. All’università abbiamo creato un gruppo per raccogliere vestiti, soldi e infine cibo per sostenere queste persone: facevamo anche baby-sitting per devolvere fondi».

Oggi, dice, le donne yazide sopravvissute al genocidio si trovano in una misera situazione anche a causa dei tanti desaparecidos inghiottiti dalle fosse comuni o semplicemente scomparsi: «Ci sono tante donne che non sanno se sono vedove, se possono risposarsi, se sono vivi o morti i loro padri o fratelli. Alcune – rimarca – vorrebbero emigrare ma non possono perché non sanno che fine abbiano fatto gli altri membri della famiglia». Proprio oggi 9 dicembre con la collaborazione delle agenzie dell’Onu è stato celebrato a Sinjar un funerale per altre 41 vittime di genocidio trucidate nell’agosto 2014, mentre proseguono le riesumazioni dei resti e di identificazione delle vittime finite nelle fosse comuni.

«Un’altra grande esigenza – aggiunge – è quella economica: tutti i villaggi attaccati sono gravemente danneggiati. Quando sono tornate a casa non avevano più un capofamiglia, quindi le più giovani si stanno prendendo cura dei fratelli più piccoli. Non hanno istruzione. Non hanno lavoro. Hanno perso sette anni di vita e chiedono diritti e beni primari. La giustizia che esigono non è quella offerta dal governo iracheno: in Iraq i membri dello Stato islamico sono semplicemente puniti per associazione ad una organizzazione terroristica. La giustizia che i sopravvissuti chiedono è quella di condanne per i crimini di stupro, riduzione in schiavitù, crimini contro l’umanità e genocidio, omicidio, sequestri di persona. Si aspettano il coinvolgimento della comunità internazionale».

«Urge sostegno economico per ricominciare»

Per questo, dice ancora, le sfide più grandi del suo lavoro restano le reiterate richieste di giustizia e di sostegno economico da parte delle vittime. «Queste sono le domande più dure da ricevere per me – rimarca – perché non ho risposte da dare loro. Non posso garantire loro che avranno giustizia, né che riuscirò coinvolgere i governi o la comunità internazionale ad esempio nel collaborare nelle fosse comuni o nel sostenerle economicamente». L’incoraggiamento più grande, chiosa nella testimonianza offerta nella campagna di advocacy della Nobel Women’s Initiative che l’ha scelta fra le testimonial di quest’anno, viene dalla gratitudine delle tante donne vittime delle violenze dello Stato islamico che si sentono «accolte nella loro sofferenza dall’ascolto attivo e non giudicante» suo e delle altre attiviste.

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