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Nuove ombre sul principe ereditario saudita

Laura Silvia Battaglia
16 novembre 2021
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Un ex funzionario del governo saudita, oggi esule in Canada (dove teme per la sua vita), accusa il principe ereditario Mohammed bin Salman di aver tramato in passato per uccidere re Abdallah, scomparso nel 2015.


Se fosse vero, potremmo arguire che la corte del Re Sole sia resuscitata nel terzo millennio un po’ più a Est, con tutto il suo carico di banchetti di corte, intrighi, complotti, e veleni. Le recenti rivelazioni choc dell’ex funzionario dell’intelligence saudita Saad al-Jabri all’emittente canadese CBS danneggiano l’immagine internazionale del principe ereditario Mohammed bin Salman, al netto delle ombre che pesano ancora su di lui, riguardo all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi (assassinato e smembrato il 2 ottobre 2018 nel consolato saudita a Istanbul – ndr), e a fronte di una rivoluzione economica, ma soprattutto sociale che ha cambiato il volto del Regno saudita negli ultimi cinque anni e che ha generato qualche prurito tra i suoi detrattori.

Stavolta, l’accusa è irripetibile: secondo il funzionario, Mohammed bin Salman anni fa avrebbe suggerito di utilizzare un «anello velenoso» per uccidere (lo zio) re Abdullah (poi defunto nel 2015). Nella sua intervista con il programma 60 Minutes della CBS, al-Jabri, già screditato dal governo saudita come un traditore che diffonde «storie fabbricate» ad hoc, c’è andato giù pesante: ha avvertito che il principe ereditario Mohammed – figlio di re Salman e sovrano de facto dell’Arabia Saudita – è uno «psicopatico, un assassino, e rappresenta una minaccia per il suo popolo, per gli americani e per il pianeta».

Secondo al-Jabri, Mohammed bin Salman avrebbe riferito il suo piano di morte al cugino Mohammed bin Nayef, allora ministro dell’Interno dell’Arabia Saudita. Correva l’anno 2014 e c’erano tensioni all’interno della Casa Reale in vista della successione al trono. L’obiettivo del principe sarebbe stato liberare il trono per fare spazio a suo padre Salman, fratellastro di Abduallah, in modo che – com’è poi realmente accaduto – il nuovo sovrano lo nominasse principe ereditario. Saad al-Jabri riferisce quanto bin Salman avrebbe chiesto a bin Nayef. Gli avrebbe detto: «Voglio assassinare re Abdullah. Riceverò un anello velenoso dalla Russia. Mi basta solo stringergli la mano e sarà tutto fatto». Ha anche aggiunto: «Non sappiamo se si stesse solo vantando. Ma l’ha detto e lo abbiamo preso sul serio». Pare che la questione scomoda sia stata risolta privatamente all’interno della Corte. L’ex funzionario dell’intelligence riferisce infatti che l’incontro tra bin Salman e bin Nayef venne filmato di nascosto. Saad al-Jabri, a motivo del suo ruolo, sapeva dove si trovavano due copie della registrazione video. In effetti il re Abdallah è morto all’età di 90 anni e gli è succeduto – come da previsione – il fratellastro Salman, padre di Mohammed bin Salman. In un primo tempo il nuovo sovrano nominò Mohammed bin Nayef principe ereditario, salvo poi sostituirlo nel 2017 con Mohammed bin Salman. In quel frangente Mohammed bin Nayef perse anche il suo ruolo di ministro dell’Interno e venne posto agli arresti domiciliari prima di essere detenuto l’anno scorso con accuse non specificate. A quel punto, l’ex funzionario Saad al-Jabri è fuggito in Canada.

La vicenda di al-Jabri è nota per le similitudini con quella di Khashoggi: nella recente intervista televisiva al-Jabri ha ribadito di essere stato avvertito da un amico in un servizio di intelligence mediorientale che Mohammed bin Salman stava inviando una squadra di sicari per ucciderlo nell’ottobre 2018, pochi giorni dopo che alcuni agenti sauditi avevano ucciso il dissidente Khashoggi. Una squadra di sei persone – dice l’esule saudita – era già atterrata all’aeroporto di Ottawa, ma fu espulsa dopo che i servizi doganali avevano scoperto il trasporto di «attrezzatura sospetta per l’analisi del Dna». L’anno scorso, al-Jabri ha accusato il principe ereditario saudita di tentato omicidio in una causa civile intentata in un tribunale federale degli Stati Uniti, ma il dignitario saudita ha respinto le accuse. Ha anche negato qualsiasi coinvolgimento nell’uccisione di Jamal Khashoggi, sebbene anche le agenzie di intelligence statunitensi ritengono che abbia approvato l’operazione.

In una dichiarazione inviata alla CBS, l’ambasciata saudita a Washington ha etichettato al-Jabri come un uomo che ha fabbricato notizie false «per nascondere i crimini finanziari che ha commesso, per un ammontare di miliardi di dollari finalizzati a garantire un sontuoso stile di vita per sé e per la sua famiglia». Così al-Jabri è stato citato in giudizio per corruzione da varie entità saudite e un giudice canadese ha congelato i suoi beni affermando che a suo carico ci sono «prove schiaccianti di frode». L’uomo nega di aver rubato denaro al governo saudita, e sostiene che i suoi ex datori di lavoro lo hanno ricompensato generosamente. Come si può immaginare, la vicenda non si è chiusa qui: nel marzo 2020, le autorità saudite avevano arrestato il figlio di Jabri, Omar, e la figlia Sarah, in un apparente tentativo di costringerlo a tornare in Arabia Saudita. Al-Jabri non si è mosso dal Canada e nel novembre 2020, due mesi dopo che il padre aveva citato in giudizio il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, i due fratelli al-Jabri sono stati condannati rispettivamente a nove e sei anni e mezzo di carcere da un tribunale saudita dopo essere stati condannati per riciclaggio di denaro e «tentativo di fuga» dal Paese. Omar e Sarah hanno negato le accuse. Al momento, una corte d’appello ha confermato le loro sentenze in un’udienza segreta alla quale i due imputati non erano presenti.

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