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La battaglia (ideologica) per proibire gli alcolici

padre Claudio Monge
2 giugno 2021
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Vino, birra e raki hanno sempre avuto un posto d’onore sulle tavole turco-ottomane, ben prima che a Istanbul l’attuale ondata di propaganda definisse il loro consumo come «deriva della modernizzazione».


Non è un segreto: non pochi governi autoritari hanno utilizzato la crisi globale del Covid-19 come pretesto per introdurre restrizioni estranee al contrasto sanitario della pandemia.

In alcune situazioni però, le misure restrittive possono assumere connotati assai surreali. È il caso del dibattutissimo divieto al consumo di alcolici, imposto in Turchia tra i provvedimenti volti a frenare la diffusione del coronavirus.

Già nell’affare Boğaziçi, l’università istanbuliota dove da mesi professori e studenti si sono sollevati contro il rettore imposto dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, si era evidenziato un uso politico della crisi pandemica.

Ogni manifestazione di protesta era stata proibita nel campus universitario per ragioni «sanitarie», mentre negli stessi giorni il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp), al governo, non esitava a organizzare massicci congressi in diverse città del Paese. In un momento estremamente difficile dal punto di vista sanitario ed economico, con pesanti ricadute sul consenso della leadership del capo supremo, Erdoğan accelera il progetto di riforma della costituzione con il partner di coalizione, il Partito nazional-fascista (Mhp). La riforma si associa all’intenzione di cambiare nuovamente le leggi elettorali e quelle relative alla creazione dei partiti politici turchi (con l’implicita ammissione che con le attuali regole, la coalizione al potere non ha più i numeri per reggere un’ulteriore tornata elettorale).

In questo quadro politico-sociale, scoppia l’«affare alcolici». Da mesi ne era vietata la vendita nei fine settimana, quando in genere si era in lockdown. Molta gente procedeva perciò a scorte previe.

La Bbc in lingua turca ha riferito che nel 2020 le tasse su alcol e sigarette hanno raggiunto l’equivalente di 9 miliardi di euro.

Quella contro gli alcolici è una vecchia battaglia che si è riaccesa nel 2002, quando una serie di leggi e regolamenti adottati dall’Akp ha cercato di rendere gli alcolici impossibili da pubblicizzare, costosi da bere e non redditizi da vendere.

Già nel 1920 un deputato di Trebisonda così si esprimeva di fronte alla neonata Assemblea nazionale: «Un buon cittadino deve essere moralmente ineccepibile e rimanere lontano dalle cattive abitudini, come sigarette e alcol».

I riferimenti, neppure troppo velati andavano alla sharia (la legge islamica), che proibisce il consumo degli alcolici. Ma il vero problema era che la vendita di alcol stava arricchendo greci e armeni, le due minoranze cristiane che, all’epoca, ne controllavano il commercio.

Approvata il 14 settembre 1920 per un solo voto, la legge non piacque al fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal, noto amante del raki (il distillato all’anice – ndr), tanto che il Parlamento tolse il divieto già nel 1924.

Vino, birra e raki hanno sempre avuto un posto d’onore sulle tavole turco-ottomane, ben prima che l’attuale propaganda definisse il loro consumo come «deriva della modernizzazione» (leggi: sfregio alla tradizione islamoconservatrice).

I neo-ottomani dei tempi nostri amano sostenere che non si poteva bere a palazzo fino all’Ottocento; in realtà le miniature mostrano la presenza di «bevande proibite» fin dal Cinquecento, ai tempi di Selim II, noto come Sarhoş (l’ubriacone), figlio di Solimano il Magnifico.

Nulla lascia ben sperare circa gli esiti della battaglia ideologica per proibire gli alcolici come forma di contrasto al Covid-19. Un nesso che sfugge anche ai più sobri.

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