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Israele, il governo che verrà

Terrasanta.net
4 giugno 2021
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Israele, il governo che verrà
I due principali protagonisti della nuova coalizione di governo in Israele; Naftali Bennett (a sin.) e Yair Lapid. (foto Miriam Alster/Flash90)

La certezza l'avremo solo dopo la prova del nove del voto di fiducia in parlamento, previsto nei prossimi giorni. Sulla carta, però, otto partiti israeliani hanno detto si a Yair Lapid per un governo senza più Netanyahu.


Bye bye, Bibi? Non è ancora del tutto certo, ma pare che stavolta possa davvero andare così. Yair Lapid, leader del partito centrista Yesh Atid («C’è futuro»), sembra essere riuscito là dove Benjamin (Bibi) Netanyahu aveva fallito, mettendo insieme una coalizione in grado di dar vita a un nuovo governo per Israele.

L’incarico che il presidente Reuven Rivlin il 5 maggio aveva assegnato a Lapid – il più votato avversario politico di Netanyahu – è giunto a scadenza alla mezzanotte del 2 giugno e proprio sul filo di lana l’ex conduttore televisivo ha potuto confermare al capo dello Stato di aver conseguito l’obiettivo.

Un blocco anti-Netanyahu molto variegato

Yair Lapid ha lavorato su più tavoli per concludere un formale accordo di coalizione che dovrebbe dar vita a un «governo di unità nazionale» – o «governo del cambiamento» – sostenuto da uno spezzone della destra, centristi, movimenti di sinistra e il partito arabo Ra’am, accomunati dall’intento di scalzare Benjamin Netanyahu. Il premier uscente, ora a processo per corruzione e abuso d’ufficio, ricopre ininterrottamente la carica da oltre 12 anni, ed è il più longevo primo ministro nella storia dello Stato di Israele.

L’accordo che Yair Lapid è riuscito a raggiungere unisce otto partiti ideologicamente parecchio distanti tra loro. Tre sono partiti di destra: Yisrael Beiteinu («Israele casa nostra», in parlamento con 7 deputati), Tikva Hadasha («Nuova speranza», 6 seggi), Yamina («A destra», con 6 dei suoi 7 deputati disposti a sostenere il nuovo governo). Altri due partiti sono centristi: Yesh Atid (17 seggi) e Kahol Lavan («Blu e Bianco», 8 seggi). Ce ne sono poi due di sinistra – Meretz («Vigore», 6 seggi) e laburisti (7 seggi) – e, infine, Ra’am (la Lista araba unitaria), formazione islamica conservatrice che rappresenta parte dei cittadini palestinesi di Israele, con 4 seggi in parlamento.

Al voto di fiducia col fiato sospeso

Se l’accordo c’è sulla carta, sottoscritto dai vertici degli otto partiti, nulla è ancora del tutto acquisito sul versante dei singoli parlamentari. Il governo di coalizione non potrà insediarsi senza il voto di fiducia della Knesset, la cui data non è ancora nota. Il nuovo esecutivo dovrà assicurarsi l’appoggio di almeno 61 parlamentari prima di prestare giuramento. Ed è proprio qui che le cose si fanno complicate. Primo atto per la nuova coalizione sarà porre un candidato alla guida della Knesset per rimpiazzare il presidente in carica, Yariv Levi del partito Likud, e avere un proprio uomo, o donna, al timone dei lavori parlamentari.

Naturalmente i partiti antagonisti faranno di tutto per convincere qualche collega deputato a non sostenere la svolta anti Netanyahu, facendo mancare voti indispensabili. Certo, ciò significherebbe mandare il Paese per la quinta volta alle urne in poco più di un biennio, con tutte le incertezze del caso. Per quattro volte Netanyahu e le destre hanno provato a conseguire una maggioranza larga e agevole in Parlamento e per quattro volte l’impresa è fallita. Non è detto che una quinta tornata elettorale sarebbe più favorevole.

La coalizione si annuncia fragile

I negoziati per l’accordo di coalizione sono stati difficili sino alla fine. Yair Lapid sapeva di poter contare sull’appoggio del centro e della sinistra, anche se non tutto è filato liscio. Ha poi dovuto fare i conti con Naftali Bennett, leader della destra radicale di Yamina, noto per essere vicino alle istanze dei coloni ebrei in Cisgiordania e uscito bene dalle ultime elezioni. Per convincerlo a unirsi alla sua coalizione, il leader di Yesh Atid ha dovuto accettare l’idea di una rotazione nella carica di primo ministro: Bennett ricoprirebbe l’incarico nei primi due anni per poi passare le redini a Lapid. Secondo la stampa israeliana, il politico centrista sarebbe inizialmente ministro degli Esteri (dicastero che in Israele è meno rilevante della Difesa, anche se consente maggiore visibilità sulla scena internazionale).

Lapid è riuscito ad assicurarsi il sostegno del partito Ra’am a determinate condizioni. «Ho firmato un patto con Yair Lapid (…) dopo aver raggiunto un numero significativo di accordi su varie questioni che servono gli interessi della componente araba della nostra società», ha spiegato in un comunicato televisivo il leader del partito, Mansour Abbas. Secondo il quotidiano The Times of Israel che riporta informazioni diffuse da Ra’am, «il blocco del cambiamento» ha accettato di stanziare oltre 52 miliardi di shekel (poco più di 13 miliardi di euro) per piani di sviluppo a favore della società araba, una cifra finora mai stanziata da un governo israeliano a questo scopo. Inoltre, tre villaggi beduini fin qui non riconosciuti – Abda, Khashm al-Zena e Rakhma – dovrebbero ottenere il riconoscimento legale.

Il governo di coalizione rimarrà comunque in equilibrio precario, poiché ciascuno dei 61 deputati che lo sosterranno, avrà su di esso potere di vita o di morte, essendo in grado di far venir meno la maggioranza. Cosa che potrebbe anche accadere molto presto, dal momento che i dissidi interni, derivanti dalle piattaforme ideologiche degli otto partiti in questione, sono molteplici su temi come il conflitto israelo-palestinese, gli insediamenti in Cisgiordania, l’economia, il sistema giudiziario, i luoghi di culto, la questione dei migranti, le varie emergenze sociali… Se, come sembra dagli accordi per il nuovo governo, ogni proposta di legge dovrà ottenere il via libera unanime di tutti i partiti di coalizione, non c’è da aspettarsi un grande dinamismo legislativo. Per il resto, l’accordo costituisce un compromesso tra forze politiche nella distribuzione dei ministeri e degli incarichi di governo.

L’undicesimo presidente di Israele

Un dato certo c’è, nelle ultime convulse giornate politiche, ed è l’elezione del nuovo capo dello Stato, avvenuta nel primo pomeriggio del 2 giugno: Isaac Herzog (60 anni), figlio del sesto presidente israeliano Chaim Herzog e già leader del partito laburista, è stato eletto con 87 voti.

Il neo presidente Isaac Herzog in una foto d’archivio del 2018. (foto Miriam Alster/Flash90)

Herzog succederà al presidente Reuven Rivlin il prossimo 9 luglio, data fissata per l’inaugurazione del suo mandato settennale. In Israele i poteri del presidente sono eminentemente onorari e di rappresentanza. Ma spetta a lui, come abbiamo visto, affidare l’incarico di formare un governo al leader del partito che vince alle elezioni politiche o al deputato che ha maggiori probabilità di successo. (c.l./g.s.)

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