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Riaprire il dialogo per salvare Israele

Manuela Borraccino
26 maggio 2021
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Riaprire il dialogo per salvare Israele
Un gruppo di manifestanti per la pace e il dialogo davanti alle mura di Gerusalemme il 19 maggio 2021 (foto Yonatan Sindel/Flash90)

Shlomo Ben-Ami, Edgar Keret, David Grossmann, Daniel Bar-Tal: gli appelli di alcuni intellettuali israeliani per un cambio di leadership nello Stato ebraico e nuove iniziative diplomatiche internazionali.


Cercasi via d’uscita. All’indomani della recente vampata bellica fra Hamas e lo Stato di Israele, le Nazioni Unite valutano i danni nella Striscia di Gaza, con 52mila persone sfollate, 53 scuole e 6 ospedali danneggiati dai bombardamenti (che si aggiungono a 248 vittime palestinesi e ai 13 morti in Israele). Dentro la società israeliana tornano a farsi sentire le voci di chi spera che l’ondata di violenza che per la prima volta dopo decenni è esplosa anche fra israeliani ebrei e arabi sia come un campanello d’allarme capace di provocare un cambiamento di rotta e il ritorno al tavolo dei negoziati.

Grossman: «Dobbiamo credere che la pace è possibile»

«Quest’ultima guerra sarà forse l’occasione per noi israeliani per convincerci che il nostro potere militare è ormai quasi irrilevante? Che la spada che brandiamo, per quanto lunga e pesante possa essere, nell’ora della verità si rivela sempre e comunque un’arma a doppio taglio?» si è chiesto la sera del 22 maggio, nel discorso pronunciato dal palco della manifestazione dei pacifisti a Tel Aviv, lo scrittore David Grossman. «Quello che è avvenuto nelle città miste è spaventoso: adesso che relazioni ci saranno in Israele fra arabi ed ebrei?» ha incalzato, a proposito degli scontri avvenuti a Lod e in altre città israeliane definiti dal presidente di Israele Reuven Rivlin dei «pogrom», con il ricorso ad un linguaggio pre-1948 carico di memoria e di significati, come hanno notato numerosi commentatori. Uniamo le forze più sane delle nostre società israeliana e palestinese, è stato l’appello di Grossman, affinché «quando scoppierà la nuova ondata assassina, e temo che tornerà da qui a qualche anno, possiamo farvi fronte con una resistenza più meditata e matura, come già vediamo in questi giorni con tantissimi raduni, dibattiti e iniziative magnifiche».

Ben Ami: «Per Israele è la fine dell’autocompiacimento»

Nei giorni scorsi un altro pezzo da novanta dell’establishment israeliano, il saggista ed ex ministro (degli Esteri e della Sicurezza interna tra il 1999 e il 2001) Shlomo Ben Ami, era intervenuto dalle colonne del quotidiano El Pais per ribadire come i nuovi scontri fossero il frutto del collasso del processo di pace: «Questa guerra ha colto di sorpresa una nazione presa dall’autocompiacimento. Ma, con tutti gli sforzi fatti da Netanyahu negli ultimi 12 anni per far dimenticare agli israeliani la questione palestinese – rimarcava Ben Ami – sappiamo che le cause di questi nuovi scontri sono molto più profonde dei pretesti per i quali apparentemente sono scoppiati». La violenza che ha scosso le città israeliane mostra che «c’è poco da cantar vittoria: la fragile coesistenza fra ebrei e arabi dentro le frontiere israeliane è stata devastata ed è andato in frantumi il consenso interno fra gli israeliani che ritenevano che il nazionalismo palestinese fosse svanito e che pertanto una soluzione politica non fosse più necessaria».

Bar-Tal: «A rischio la nostra democrazia»

Le nuove vittime del conflitto «non sono state provocate dall’impatto con un asteroide ma sono l’esplosione finale provocata da passi compiuti uno dopo l’altro che portavano ad un disastro preannunciato» rimarca l’accademico Daniel Bar-Tal, secondo il quale «le guerre continueranno finché la comunità internazionale rimarrà a guardare questi bagni di sangue senza interventi risoluti e decisivi per fermare questa insensatezza». In Israele «sono incapaci di farlo a causa della mentalità nazionalistica e conflittuale condivisa dai leader e dalla maggioranza degli ebrei israeliani», rimarca il professore. «Anche Hamas e i palestinesi hanno le loro responsabilità, ma in misura assai minore rispetto ad Israele che è una superpotenza e detiene il potere maggiore per avviare e condurre dei negoziati e mobilitare i palestinesi e gli Stati arabi per la pace» afferma lo studioso, che ha dedicato oltre mezzo secolo di attività accademica dentro e fuori Israele, una ventina di libri e centinaia di saggi a come vengono costruite delle barriere socio-psicologiche che rendono “inconciliabili” alcuni conflitti e a come in Israele sia stato costruito un ethos del conflitto divenuto maggioritario negli ultimi 25 anni. Eppure, ribadisce Bar Tal riprendendo un tema che gli sta a cuore, questa situazione sta causando «la disintegrazione della società israeliana e il crollo della democrazia» poiché «con la progressiva annessione della Cisgiordania e il controllo di Gaza, come sta già avvenendo informalmente, Israele dovrà affrontare presto la sfida di dare uguali diritti a milioni di palestinesi».

Keret: «Non riconosciamo i nostri errori»

«Non siamo un Paese pronto a riconoscere i propri errori» gli fa eco lo scrittore Edgar Keret, che ricorda il repertorio di idee e convinzioni espresse nei giorni scorsi dagli israeliani che hanno appoggiato il bombardamento sulla Striscia di Gaza e le accuse di antisemitismo formulate da alcuni per l’inchiesta che è stata avviata lo scorso 3 marzo dalla Corte penale internazionale sulla situazione in cui Israele ha tenuto i palestinesi dal 2014. Quando arriverà la prossima guerra, afferma Keret con la sua caustica ironia, il rischio sarà quello «di bombardare sul serio e farla finita con la Storia una volta per tutte».

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