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La mitezza che conduce alla perfezione dell’amore

fra Matteo Munari
30 maggio 2021
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Per essere discepoli di Gesù e vivere da figli di Dio, è necessario percorrere un cammino di purificazione che parte dai nostri istinti più bassi, quali l’aggressività e la lussuria, e che conduce alla perfezione dell’amore.


Nel primo grande discorso di Gesù del Vangelo di Matteo (5-7), troviamo le istruzioni per vivere da figli di Dio. In questa catechesi, c’è una sezione (Mt 5,21-48) nella quale Gesù ci insegna a riscoprire la nostra identità di figli di Dio per essere sale della terra e luce del mondo. Per essere discepoli di Gesù e vivere da figli di Dio, è necessario percorrere un cammino di purificazione che parte dai nostri istinti più bassi, quali l’aggressività e la lussuria, e che conduce alla perfezione dell’amore, propria del nostro Padre che è nei cieli. Si tratta di un cammino in sei tappe. In ognuna Gesù cita un passo dell’Antico Testamento per poi aggiungere il suo insegnamento.

La prima tappa nel cammino di purificazione ci mette di fronte alla nostra aggressività: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna» (Mt 5,21-22).

Se da una parte coloro che ascoltavano Gesù conoscevano il quinto comandamento del decalogo «Non ucciderai» (Esodo 20,13; Deuteronomio 5,17), dall’altra non tutti si rendevano conto che esiste un tipo di omi­cidio verbale che produce morte nella relazione col prossimo.

Gesù ci insegna che nel nostro cuore l’ira genera l’omicidio. San Giacomo nella sua lettera ci spiega poi che «l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio» (Gc 1,20). Lasciare che le nostre pulsioni governino il nostro agire conduce alla trasgressione della volontà di Dio. L’ira e il disprezzo del prossimo sfociano spesso nell’insulto verbale e di conseguenza nell’umiliazione di chi ci sta di fronte. L’uomo è creato a immagine di Dio e chi insulta il fratello disprezza l’immagine di Dio.

La notevole diffusione della violenza verbale ci ha assopiti al punto che non ci rendiamo più conto della gravità di ciò che facciamo e diciamo. Per svegliare la nostra coscienza, Gesù ci parla di tre conseguenze dell’aggressività: il giudizio, il sinedrio e la Geènna. Questi tre elementi sono usati per mostrare che, agli occhi di Dio, chi uccide il fratello con un comportamento iroso o un’aggressione verbale, merita l’inferno perché di fatto calpesta l’immagine di Dio impressa nell’uomo. Anche negli ambienti religiosi, capita a volte che l’aggressività sia erroneamente scambiata con il valore della franchezza.

Dopo aver denunciato la gravità della violenza verbale, Gesù continua il suo insegnamento offrendo come medicina il cammino della riconciliazione attraverso due esempi (cfr Mt 5,23-26). Il primo chiarisce che nessun atto di culto è accetto a Dio se non c’è stato almeno un tentativo di riconciliazione con il fratello offeso. Come testimonia la Didaché (14,2), questo principio è stato applicato all’Eucarestia fin dall’antichità: «Chiunque è in lite con il suo prossimo non si unisca a voi se non dopo essersi riconciliato, affinché non venga profanato il vostro sacrificio». Il secondo esempio chiarisce che, anche se non riusciamo più a vedere nel prossimo un fratello, la riconcilia­zione è comunque un passaggio obbligato se desideriamo essere accolti alla presenza di Dio. La mitezza è quindi il primo segno che ci permette di essere sale della terra e luce del mondo.

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