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Aleppo, la nostra crudele realtà

Terrasanta.net
1 marzo 2021
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Aleppo, la nostra crudele realtà
Aleppo, la croce di Terra Santa sul convento di San Bonaventura, nel quartiere di Er-Ram, uno dei più devastati dalla guerra. (foto G. Caffulli)

In una lettera da Aleppo, fra Ibrahim Alsabagh, denuncia la situazione di povertà estrema della sua comunità e dei siriani in generale. Ma alla figura di san Giuseppe, nell’anno a lui dedicato, si ispira come esempio di fede nella cura.


«Da anni la sofferenza permea la nostra realtà ed è spesso il risultato di vari tipi di carenze: mancanza di cibo, di igiene e forniture mediche, mancanza di carburante e gas. L’elettricità è disponibile solo un’ora al giorno. La sofferenza è il nostro pane quotidiano in questi giorni invernali. Come possono gli studenti imparare in queste condizioni? Come ci si può prendere cura dei malati? Come si può vivere in questa Aleppo, quando fa così freddo in ogni angolo delle nostre case da far penetrare l’oscurità della disperazione nei cuori pieni di dolore e disperazione?»

È drammatico il racconto di padre Ibrahim Alsabagh, frate minore siriano e parroco della comunità cattolica latina di Aleppo. Nel decimo inverno dall’inizio della guerra, i siriani sopravvivono nelle peggiori condizioni. «Che cosa significa soffrire per dieci anni a causa di questa crisi, che può durare ancora anni? – prosegue fra Ibrahim –. Disoccupazione, aumento dei prezzi e inflazione: il costo della vita aumenta e il reddito delle famiglie diminuisce. Non è per motivi banali che molte delle nostre donne sono cadute in depressione e soffrono di malattie cardiache. Molti padri si sono suicidati per la disperazione».

All’inizio della guerra, dieci anni fa, la popolazione della Siria era giovane, un siriano su tre aveva meno di 14 anni. Bambini e ragazzi sono le prime vittime di questa crisi, come denunciano i frati di Aleppo: i giovani cresciuti nel conflitto, sfollati a milioni, privati di un’istruzione degna; e i bambini che non hanno la possibilità di svilupparsi fisicamente o psicologicamente, che crescono in un clima di tristezza, insicurezza e mancanza di fiducia.

La crisi sta colpendo l’istruzione poiché i genitori non sono in grado di acquistare materiale scolastico per i loro figli e spesso non possono nemmeno procurarsi vestiti o scarpe per mandarli a scuola. «Una madre fortunata, che lavora – racconta fra Ibrahim –, dopo aver ricevuto il suo stipendio, è andata con la figlia a comprarle delle scarpe nuove, perché quelle che aveva non erano più utilizzabili. Ha scoperto che costavano tre quarti del suo stipendio. Sono tornate a casa tristi e a mani vuote». E non è un caso isolato: c’è la mamma che non ha potuto comprare i pantaloni per il figlio, un’altra che non ha nulla per scaldare l’acqua…

Giuseppe, un esempio nella cura

Mentre il coronavirus continua a diffondersi, è sempre più difficile muoversi e padre Ibrahim non può tornare in Europa, come tante volte ha fatto negli scorsi anni, per testimoniare e raccogliere aiuti. Ma l’impegno nella cura dei tantissimi bisogni non si arresta.

La lettera di fra Ibrahim oltre a richiamare l’attenzione di chi dimentica la Siria o è solo concentrato sulla pandemia, offre anche una riflessione spirituale. I francescani vogliono ispirarsi a san Giuseppe e alla «cultura della cura» che rappresenta. Giuseppe è un esempio per i frati nelle diverse parrocchie. Seguendo le sue orme, cercano soluzioni che aiutino ad affrontare la realtà. Alla lettera apostolica Patris corde, che papa Francesco ha scritto, in questo anno che ha dedicato al santo, fra Ibrahim trova ispirazione. «Il vangelo – scrive – ci mostra che, nonostante tutte le avversità, Dio ha sempre un modo per salvare la vita, purché usiamo lo stesso coraggio creativo del falegname di Nazaret, che ha saputo trasformare un problema in un’opportunità, sempre confidando nella Provvidenza».

«Come Chiesa qui in Siria, e specialmente ad Aleppo, sentiamo che Dio ci ha affidato il suo popolo. Proprio come Dio si è affidato a san Giuseppe, venendo al mondo e assumendo uno stato di grande debolezza – diventando colui che ha bisogno di Giuseppe per essere difeso, protetto, curato e cresciuto da lui. Lo stesso bambino poi dirà: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. (Mt 25,40). Così ogni bisognoso, povero, sofferente è un “bambino” che Giuseppe custodisce ancora».

La Chiesa locale non smette di impegnarsi nell’aiuto materiale: latte e pannolini, medicine, materiale scolastico, doposcuola per i bambini; distribuzione di vestiti e gasolio per le famiglie; cura di malati e disabili; ripristino di case fatiscenti; microprogetti economici. Ma naturalmente c’à anche l’accompagnamento spirituale per i cristiani che hanno bisogno di sperare.

>>>  I progetti per aiutare le comunità ad Aleppo e in Siria <<<

«Tutta questa oscurità e tutte le crisi che abbiamo vissuto non dureranno per sempre – conclude fra Ibrahim –, ma solo “per un tempo, due tempi e la metà di un tempo”, come è scritto nell’Apocalisse (12,14). Dopotutto, la luce deve prevalere. Sappiamo che la nostra sofferenza non è eterna, ma non sappiamo quando finirà».

Rivolgendosi ai tanti amici che hanno dato un aiuto in questi anni, li definisce «un riflesso della tenerezza di Dio e di san Giuseppe». A Giuseppe, che si è preso la responsabilità della famiglia, non è scappato da un’esperienza difficile, dedica le parole di una preghiera: «Non ti sei mai lamentato, ma hai sempre fatto gesti precisi di fiducia. Donaci il coraggio dell’amore, che si manifesta nel donarsi totalmente agli altri».

 

 

 

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