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Da Betlemme occhi aperti sui diritti umani

Giulia Ceccutti
14 ottobre 2020
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Da Betlemme occhi aperti sui diritti umani
Giovane palestinese davanti a uno dei pannelli del Museo del Muro, a Betlemme, legge un verso del poeta Mahmoud Darwish. (foto Aei)

Un'organizzazione palestinese, da anni impegnata sul fronte della nonviolenza e del dialogo tra musulmani e cristiani, fa crescere la cultura dei diritti tra i giovani e le donne. E allestisce un museo a cielo aperto sul Muro di separazione israeliano.


Attivare i valori della solidarietà, resilienza e attenzione ai più fragili in risposta alla crisi – sociale oltre che economica – generata dall’emergenza sanitaria da Covid-19. È ciò che da alcuni mesi cerca di fare l’Arab Educational InstituteOpen Windows (Aei), organizzazione palestinese con sede a Betlemme (e membro di Pax Christi International), da anni impegnata sul fronte della nonviolenza e del dialogo interreligioso.

«Incoraggiamo i cittadini a essere proattivi nel rispondere alle diverse difficoltà che stanno fronteggiando tutte insieme: l’isolamento, la disoccupazione, gli enormi ostacoli economici, a cominciare dal crollo del settore turistico nell’area di Betlemme», spiega Toine Van Teeffelen, olandese sposato a una palestinese, responsabile dei progetti educativi. «Senza dimenticare le fatiche legate all’occupazione militare».

Anche se nell’ultimo periodo i numeri della pandemia in Cisgiordania e a Gaza sono diminuiti, passando da 700 casi giornalieri a 300-400, il numero di nuovi casi di coronavirus nei Territori occupati resta considerevole. E la situazione, di conseguenza, preoccupante.

Per la solidarietà e la cittadinanza attiva

Si comincia dai giovani, dunque dalle scuole. Una rete di trenta istituti della zona di Betlemme, ad esempio, ha aderito a un programma che mette al centro i temi della partecipazione e del rispetto della diversità tra cristiani e musulmani. L’obiettivo? Portare avanti – attraverso iniziative locali di solidarietà con le persone infette, gli anziani e i poveri – un lavoro comune, tra appartenenti alle due fedi, contro la crisi dovuta al Covid-19. «Nelle storie degli studenti condivise online come parte del progetto – racconta Van Teeffelen – i messaggi dei ragazzi parlano di sensibilità profonde, paure, momenti di solitudine e persino atti di violenza generati dalla disoccupazione e dall’aumento della povertà. Sono storie che lanciano un allarme, che va ascoltato».

Oltre 400 giovani tra i 15 e i 17 anni che frequentano otto scuole del distretto di Betlemme, inoltre, grazie a un progetto supportato dal governo tedesco hanno di recente condotto una ricerca sulla storia dei valori civici in aree di conflitto. Ne è nato un libro che raccoglie quaranta storie in arabo, accompagnato da un gioco di carte. Le storie riportano modelli di cittadinanza attiva e sostegno tra vicini, mettendo l’accento sull’importanza dei legami familiari e comunitari. «Questi gruppi di studenti – aggiunge Van Teeffelen – stanno poi organizzando per i prossimi mesi quelli che vengono chiamati Days of respect, ossia giornate dedicate al rispetto, inteso sia verso gli altri sia verso la terra».

Donne e giovani insieme per i diritti

Nella zona di Hebron e di Dura – una muncipalità a sud della città dei patriarchi –, infine, tra l’estate e settembre si sono svolti eventi incentrati sulla difesa della salute pubblica e l’accesso ai servizi essenziali. A organizzarli, gruppi di donne e giovani. Le manifestazioni si inserivano in un progetto sostenuto dall’EU Peace Initiative e dall’ente di beneficenza inglese Catholic Agency for Overseas Development (Cafod) e si proponevano di levare le voci dei cittadini per «far sentire i propri diritti e richiedere l’accesso ai servizi sulla via della giustizia, pace e sicurezza», specifica Rania Murra, direttrice dell’Arab Educational Institute. «Sono state raccolte storie e foto da usare sui social media come parte della campagna».

Un museo al muro

Un luogo, fisico e simbolico, che a Betlemme, su iniziativa dell’Aei, dal 2011 raccoglie storie con l’obiettivo di sviluppare un vero e proprio percorso sui diritti umani è il Museo del Muro. Sorto per trasmettere una memoria collettiva fatta anche di resilienza e speranza, si trova sulla barriera di separazione israeliana nel tratto che circonda la Tomba di Rachele (moglie del patriarca biblico Giacobbe, anche denominato Israele al capitolo 32, versetto 29, del libro della Genesi – ndr). Ora difficilmente accessibile, la tomba era in passato meta di pellegrinaggio per ebrei, cristiani e musulmani.

Posto vicino a un checkpoint, è costituito da circa 250 manifesti (per la maggior parte grandi 2 metri per 1), che riportano citazioni e storie di donne e di giovani insieme ai sogni e desideri per il futuro, oltre a storie di profughi del vicino campo di Aida – e di altri villaggi – che hanno perso case e terre nel 1948 e successivamente.

La scelta di quel tratto di muro non è casuale. Il museo, insieme alle iniziative culturali e interreligiose che gli sono nate intorno, vuol essere infatti un segno di vita in una zona che anni fa era una delle più vivaci di Betlemme e che – dalla seconda intifada del 2000 in poi – si è progressivamente svuotata, diventando un «quartiere fantasma».

«Le storie di fragilità che abbiamo affisso», racconta Rania Murra, «sono in netto contrasto con il muro di cemento. La storia personale umanizza, apre, chiede comprensione, mentre il muro chiude, toglie l’orizzonte umano. Conservando e comunicando la memoria, la storia diventa essa stessa una sfida al muro».

Occorrono circa due ore per seguire tutto il percorso, e l’idea è quella di andare avanti. «La comunità radunata intorno al museo ci ha già fornito suggerimenti sui contenuti di nuovi poster e su dove appenderli. Soprattutto, ci incoraggia a continuare. Nella speranza che un giorno il muro non esista più, e che quelle storie vengano pubblicate in libri e valorizzate in musei e biblioteche».


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