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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Le sanzioni nuocciono alla salute dei siriani

Fulvio Scaglione
3 agosto 2020
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Al di là delle intenzioni, le sanzioni internazionali contro la Siria stanno sicuramente raggiungendo dei risultati: far star peggio un intero popolo e lasciare senza cure mediche i malati.


«Prima dell’inizio del conflitto, la Siria aveva uno dei sistemi sanitari più avanzati in Medio Oriente. Quando il Paese raggiunse un livello medio di reddito, e le malattie non trasmissibili stavano diventando la principale preoccupazione per la salute. I tassi nazionali di copertura vaccinale erano del 95 per cento. La fiorente industria farmaceutica siriana produceva oltre il 90 per cento delle medicine necessarie al Paese ed esportava i suoi prodotti in 53 nazioni». Propaganda del presidente Bashar al-Assad? Farneticazioni di giornalisti impreparati? No. Questo è un passaggio dell’intervento che Elizabeth Hoff, rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms/Who) in Siria pronunciò al Consiglio di Sicurezza dell’Onu il 21 novembre 2016.

Considerazioni che, da sole, basterebbero a far capire perché bisognava opporsi alla nascita di un califfato islamista tra Siria e Iraq, invece di tollerarlo per quasi tre anni nella speranza che facesse cadere Assad.

Quella Siria, regime o no, era stata anche in grado di garantire assistenza a 1,6 milioni di persone che fuggivano dalle distruzioni dell’Iraq post-invasione anglo americana. E di soccorrere meglio di qualunque altro Paese della regione i rifugiati giunti dal Libano e dalla Palestina. Di quel sistema sanitario, oggi, resta pochissimo. Gli anni della guerra, i bombardamenti, i combattimenti nelle città hanno spazzato via quasi tutto. Molti ospedali sono stati distrutti, quelli rimasti soffrono di enormi carenze nelle strutture e negli approvvigionamenti.

Su questa situazione si sono abbattute altre disgrazie. La crisi politico-finanziaria del Libano, nelle cui banche si calcola sia depositato circa un terzo della ricchezza privata dei siriani. La tradizionale corruzione e la lotta tra gli oligarchi locali, anche dentro la cerchia famigliare degli Assad, per il controllo delle risorse. L’esplosione del coronavirus. E, ultimo ma non ultimo, l’inasprimento delle sanzioni economiche internazionali contro la Siria.

A metà giugno Mike Pompeo, segretario di Stato Usa, ha annunciato l’entrata in vigore del Caesar Syrian Civilians Protection Act, una legge che aggiunge nuove misure a quelle già prese in passato. Il Caesar Act viene definito dal Dipartimento di Stato «uno strumento efficace per portare il regime (di Assad – nda) a rispondere delle atrocità commesse». Nelle stesse pagine, il Dipartimento ribadisce di non voler portare danno alla popolazione ma, al contrario, di essere impegnato a sostenere gli interventi umanitari.

Nessuno dubita che queste siano le intenzioni. Ma i risultati sono l’opposto. Assad non è più vicino a «rispondere delle atrocità commesse» e la popolazione patisce più di prima. Il Caesar Act dovrebbe colpire tutti coloro che, dall’interno come dall’esterno della Siria, contribuiscono agli sforzi bellici del regime. Ma ecco che cosa succede, in concreto, nel settore sanitario. Gli ospedali distrutti non possono essere ricostruiti perché la gran parte dei materiali potrebbe servire anche a scopi militari. Le medicine e le apparecchiature mediche danneggiate o distrutte, non possono essere importate perché le transazioni finanziarie internazionali sono bloccate e perché quasi sempre i fornitori (che ovviamente non sono siriani) temono di non essere pagati o di avere problemi con la longa manus degli Usa nei rapporti commerciali globali. Le banche, per le stesse ragioni, rifiutano di aprire linee di credito agli operatori (sia statali sia privati) siriani.

E non basta. I medici siriani non possono viaggiare all’estero, nemmeno per l’aggiornamento professionale. La ricerca medica è bloccata. Nemmeno l’abbonamento a riviste scientifiche straniere è possibile, viste le restrizioni nei pagamenti. La conclusione è: molti più morti per malattie non trasmissibili come il cancro o le disfunzioni renali e cardiache; interventi chirurgici rinviati o annullati; radiografie ed esami salvavita impossibili o quasi; profilassi di base quasi azzerata.

Tutto questo nella mai abbandonata speranza di spingere Assad a lasciare il potere. Non è il caso di discutere, qui, se tale obiettivo sia legittimo o meno. In ogni caso, le sanzioni lo perseguono facendo morire gente innocente, in un processo sommario davvero curioso: l’accusato è uno, i condannati gli altri. In più, come ha fatto notare di recente Adeel Malik, docente di Studi islamici a Oxford, forse le sanzioni vanno anche contro gli interessi di chi le promulga. Malik faceva il caso dell’Iran: lì le sanzioni americane hanno colpito soprattutto gli imprenditori privati e la classe media, cioè coloro che più avrebbero potuto promuovere riforme politiche ed economiche. Malik definisce le sanzioni «una punizione collettiva della società». E ha ragione.


 

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Babilonia è stata allo stesso tempo una delle più grandi capitali dell’antichità e, con le mura che ispirarono il racconto biblico della Torre di Babele, anche il simbolo del caos e del declino. Una straordinaria metafora del Medio Oriente di ieri e di oggi, in perenne oscillazione tra grandezza e caos, tra civiltà e barbarie, tra sviluppo e declino. Proveremo, qui, a raccontare questa complessità e a trovare, nel mare degli eventi, qualche traccia di ordine e continuità.

Fulvio Scaglione, nato nel 1957, giornalista professionista dal 1981, è stato dal 2000 al 2016 vice direttore di Famiglia Cristiana. Già corrispondente da Mosca, si è occupato in particolare della Russia post-sovietica e del Medio Oriente. Ha scritto i seguenti libri: Bye Bye Baghdad (Fratelli Frilli Editori, 2003), La Russia è tornata (Boroli Editore, 2005), I cristiani e il Medio Oriente (Edizioni San Paolo, 2008), Il patto con il diavolo (Rizzoli, 2016). Prova a raccontare la politica estera anche in un blog personale: www.fulvioscaglione.com

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