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I monaci di Latrun “custodi” di ’Amouas

Giulia Ceccutti
29 maggio 2020
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Dove ora ci sono prati e boschi, vicino all’abbazia trappista di Latrun, fino al 1967 sorgeva il villaggio palestinese di ’Amouas, raso al suolo durante la guerra. I monaci non hanno mai dimenticato i suoi abitanti...


«Ci sarebbero molte cose da dire su quella che viene chiamata la guerra dei sei giorni, del giugno 1967. Mi limito a qualche flash, vissuto dal punto di vista del monastero di Latrun». Inizia così il racconto di padre Louis Wehbé, entrato nel 1951 nella trappa situata pochi chilometri a ovest di Gerusalemme, oggi nota per i suoi vigneti e la vista sulla valle di Ayalon.

Tra i ricordi del monaco e di alcuni dei confratelli più anziani, le toccanti vicende che intrecciano la storia dell’abbazia trappista a quella del vicino villaggio di ’Amouas, da molti identificato con il biblico villaggio di Emmaus, raso al suolo nella guerra dei sei giorni (1967). Gli abitanti furono obbligati a trasferirsi a Ramallah.

Una lunga storia di vicinanza

Per inquadrare il contesto, è utile precisare che il monastero trappista di Latrun (fondato nel 1890) dopo la guerra arabo-israeliana del 1948 si ritrovò nei territori controllati dal Regno hashemita di Giordania fino al 1967. Posto su una collina che domina la strada tra Tel Aviv e Gerusalemme, il complesso monastico era in una posizione strategica proprio sul confine tra Giordania e Israele.

Relazioni di profonda fiducia reciproca esistevano da sempre – già prima delle guerre del 1948 e del 1967 – fra la comunità dei monaci e i vicini villaggi arabi. Lo conferma padre Louis: «Sono stato testimone dei buoni, anzi ottimi, rapporti tra il nostro monastero e i palestinesi e giordani della zona, soprattutto quelli del villaggio di ’Amouas». Centinaia di uomini lavoravano, in molti casi come muratori, all’interno della trappa. Ogni giorno veniva distribuito un pasto ai poveri e un dispensario curava i malati dei villaggi circostanti.

Gli sfollati in monastero

«La guerra del giugno 1967 – continua padre Louis – da noi monaci fu vissuta come una catastrofe. Anche gli edifici del monastero vennero colpiti. Vedendo le sofferenze dei nostri vicini e il modo in cui furono espulsi, con i villaggi rasi al suolo dalle ruspe, versai un fiume di lacrime. Come dimenticare, poi, gli anziani di ’Amouas morti sotto le macerie? Furono almeno quindici persone».

Durante i primi giorni delle ostilità, i monaci aprirono le porte dell’abbazia a centinaia di abitanti del vicino villaggio, cacciati dalle case durante la notte. Tra loro donne, anziani e bambini. Molti rimasero lì addirittura per una settimana, nutriti e curati dai monaci che li avevano nascosti nelle cantine. Poi arrivarono i soldati con i camion e i monaci dovettero consegnare gli sfollati, che furono deportati a Ramallah.

Nelle settimane successive, alcuni tornarono per cercare altri compaesani che mancavano all’appello. Con l’aiuto dei monaci, si misero a cercare tra le rovine del villaggio e portarono alla luce diversi corpi. I trappisti in seguito raccolsero anche vari oggetti personali, vestiti, mobili, e si adoperarono per consegnarli alle famiglie sfollate. Non solo: nei mesi successivi riuscirono a ottenere per molti dei loro ex lavoratori, ormai a Ramallah, il permesso di tornare a lavorare alla trappa. Racconta padre Louis: «Il nostro unico autista dell’epoca, Jamil Ibrahim, li andava a prendere ogni mattina e li riportava indietro la sera. Hanno continuato a lavorare da noi in questo modo fino al pensionamento, avvenuto intorno al 1996».

Un riconoscimento ai giusti

La trappa di Latrun ha dunque continuato nel tempo a sostenere i rifugiati di ’Amouas, sia dal punto di vista affettivo che materiale, alimentando un legame che permane tuttora. Per fare solo un esempio: oggi per l’abbazia lavora, come operaio, Ahmad Hamdi, che nel 1967, quando fu costretto ad abbandonare ’Amouas, aveva nove anni. Con lui c’è anche uno dei suoi figli, che è un ottimo muratore.

Un legame cui ha voluto rendere omaggio lo scorso marzo il vicino villaggio di Neve Shalom Wahat al Salam («Oasi di pace» in ebraico e arabo, fondato all’inizio degli anni Settanta dal domenicano Bruno Hussar su un terreno concesso proprio dal monastero di Latrun). Nella «Giornata internazionale dei giusti» – celebrata presso il Giardino dei giusti del Villaggio, creato grazie a Gariwo – è stato attribuito infatti un premio al monastero di Latrun per «la solidarietà e la compassione verso gli abitanti di ’Amouas, che con l’espulsione del 1967 hanno perso le loro case e il loro mondo intero».

 


C’è chi tiene viva la memoria

(g.s.) – Il villaggio di ’Amouas – toponimo traslitterato anche con Imwas o Amwas – fu occupato dalle truppe israeliane, con i vicini villaggi di Yalu e Bayt Nuba, il 7 giugno 1967 (impresa tentata, ma fallita, nel 1948). Nel giro di pochi giorni i piccoli centri abitati furono svuotati e rasi al suolo. Gli abitanti tradotti a Ramallah. Oggi l’area è compresa nel parco naturale Ayalon Canada, realizzato nel 1973 dal Fondo nazionale ebraico (Keren Kayemeth LeIsrael).

In Israele ci sono organizzazioni, come Zochrot, che vogliono tener viva la memoria di quei villaggi andati distrutti e ricordare anche agli israeliani le sofferenze degli abitanti palestinesi di quella stessa terra. L’obbiettivo viene perseguito proponendo dal vivo o con filmati registrati i racconti dei testimoni, per scoprire le pagine meno note, e magari volutamente messe in ombra, delle guerre combattute nel 1948 e 1967.

Nel suo sito internet, Zochrot propone una mappa di tutti i luoghi della Nakba (cioè “la catastrofe”, secondo la narrativa palestinese delle prime due guerre arabo-israeliane) e fornisce notizie sulle iniziative di formazione e informazione rivolte al pubblico, nonché sulle visite guidate periodiche, come quella che ai primi di giugno si svolgerà anche quest’anno proprio nel parco Ayalon Canada, per ricordare la fine triste di Imwas, Yalu e Bayt Nuba.


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