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Anche per i musulmani, Ramadan a porte chiuse

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24 aprile 2020
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Anche per i musulmani, Ramadan a porte chiuse
La porta di Damasco, nella Città vecchia di Gerusalemme, durante il primo venerdì di Ramadan al tempo del Covid-19. (foto Yonatan Sindel/Flash90)

Dopo la Pasqua cristiana ed ebraica, anche i musulmani in Terra Santa vivono il tempo di fede più importante aderendo alle misure di sicurezza per il coronavirus. Nel segno della vicinanza tra le religioni.


Dinanzi alla Spianata delle Moschee vuota, capace in tempi normali di accogliere decine di migliaia di fedeli, il 24 aprile a Gerusalemme un imam ha guidato la prima preghiera del venerdì, nel mese il più sacro ai musulmani, Ramadan. La moschea di al-Aqsa, il terzo luogo di culto più importante per oltre un miliardo e mezzo di fedeli islamici nel mondo, è chiusa, come le moschee della Mecca e di Medina. «Chiediamo a Dio di avere pietà di noi e di tutta l’umanità e di salvarci da questa pandemia letale», ha pregato l’imam, mentre le sue parole risuonavano per la Città vecchia.

Celebrata la Pasqua cristiana, prima dai cattolici, poi dagli ortodossi, e Pesach da parte degli ebrei, in Terra Santa dal 23 aprile al 23 maggio è la volta dei musulmani vivere il periodo più importante dell’anno, il mese di Ramadan, nelle condizioni eccezionali imposte dalle autorità a causa del coronavirus.

Ma come è avvenuto per i riti e i festeggiamenti cristiani ed ebraici, anche le speciali adunate di preghiera nelle moschee e la rottura del digiuno al tramonto coinvolgendo amici e parenti non sono permessi ai musulmani, che sono maggioranza tra i giordani e i palestinesi, e la principale minoranza religiosa in Israele. Le moschee sono chiuse, come le chiese e le sinagoghe, lasciando molti fedeli con la sensazione che sia stato cancellato il tempo delle celebrazioni e della vicinanza con amici e familiari.

In Israele, sindaci delle città a maggioranza musulmana hanno sostenuto il governo che ha preso provvedimenti per impedire la diffusione del virus. Le guide della preghiera hanno chiesto alle persone di pregare in casa solo tra familiari. Le autorità israeliane consentono di organizzare raduni fino a 19 persone, a condizione che si usino mascherine e si mantengano le distanze, ma il consiglio degli imam ha sconsigliato i propri membri di ricorrere a questa possibilità se non sono sicuri di rispettare appieno tutte le norme di sicurezza.

L’altra preoccupazione è legata agli assembramenti che si possono creare nei negozi di alimentari, che normalmente sono affollati dopo il tramonto, quando l’interruzione del digiuno è un momento di convivialità. Samir Mahamid, sindaco di Umm al-Fahm, il più grande comune arabo nel distretto di Haifa, ha detto al quotidiano Haaretz che, indipendentemente dalle disposizioni governative, non permetterà l’apertura di chioschi e bancarelle nelle strade. I negozi di alimentari potranno lavorare in certi orari diurni, ma non alla sera, quando la vita riprende a pieno ritmo, dopo le ore di digiuno.

Le diverse comunità religiose in Terra Santa si sentono più vicine nel vivere questa comune esperienza. Cristiani, ebrei, musulmani e drusi nella Città santa hanno trovato occasioni per recitare la stessa preghiera contemporaneamente. Monsignor Pierbattista Pizzaballa, vescovo dei cattolici latini della Terra Santa, ha osservato che il coronavirus ha abbattuto molte barriere perché non conosce confini politici, etnici o di religione. Esattamente in questo senso va anche la lettera che ha inviato a Papa Francesco il rettore dell’Università di Qom, centro religioso dell’Iran. L’ayatollah Alireza Arafi, a nome di tanti accademici sciiti, ha proposto «una comunità delle religioni rivelate al servizio dell’umanità» per affrontare insieme la pandemia. (f.p.)

Clicca qui per un servizio video del Christian Media Center.

 

Ultimo aggiornamento: 06/05/2020 15:15

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