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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Trump e la Siria da un’altra prospettiva

Fulvio Scaglione
16 gennaio 2020
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Sui mass media europei succede regolarmente che il presidente statunitense Donald Trump sia considerato un confusionario, incapace di strategie coerenti. Potrebbe non essere del tutto vero. Vediamo perché.


Quante cose in più capiremmo se solo riuscissimo ad affrancarci dall’abitudine di considerare delle specie di minorati mentali tutti i leader che non ci piacciono. È successo con Boris Johnson, che alla fine con la sua idea di Brexit ha convinto gli inglesi. E succede regolarmente con Donald Trump. Prendiamo la politica in Medio Oriente, che è «sua» quando pare fallimentare ed è di altri (generali, consiglieri, Stato profondo) quando pare avere successo. In particolare, guardiamo le ultime vicende relative alla Siria.

Il 6 ottobre scorso Trump annunciò l’intenzione di ritirare le truppe (un migliaio di soldati) dispiegate sul territorio siriano. Pochi giorni dopo, però, arrivò l’annuncio contrario: non ci ritiriamo, restiamo. Tutti cominciarono a dire: ecco, il solito confusionario. Sicuri? A posteriori, e visti anche gli esiti della crisi semi-militare con l’Iran, la realtà sembra un po’ diversa. A Trump (o a chi per lui) interessava garantire a Erdogan la possibilità di occupare una fetta di territorio siriano. Non a caso il 17 ottobre Mike Pompeo, segretario di Stato Usa, volò a Istanbul per incontrare il presidente turco e consegnarli l’approvazione della Casa Bianca al piano che sarebbe stato poi condiviso anche dalla Russia di Vladimir Putin.

E veniamo alle truppe mai ritirate. Trump spiegò che le lasciava nel Nord-Est della Siria per mettere sotto controllo i pozzi di petrolio siriani. Aggiunse anzi che avrebbe cercato di coinvolgere una qualche grande compagnia petrolifera americana, per fare le cose per bene. Anche in quel caso Trump fu dileggiato. Qualcuno fece notare che i pozzi siriani estraevano, prima della guerra civile, meno di 400 mila barili al giorno, un’inezia per gli Usa che, grazie allo shale oil, sono diventati il primo produttore mondiale di petrolio. E che, ovviamente, nessuna compagnia petrolifera aveva risposto al suggerimento presidenziale, visto che i costi sarebbero stati molto superiori ai ricavi.

Ma è davvero un po’ di petrolio ciò che cerca Trump in Siria? In realtà, controllando quei pochi pozzi la Casa Bianca centra una serie di obiettivi. Azzoppa la rinascita della Siria di Bashar al-Assad, che prima del 2011 vantava una quasi assoluta autonomia energetica. Tiene sotto pressione l’Iran e le milizie sciite filo-iraniane che operano nel confinante Iraq. Dà da pensare a Russia e Turchia, che sempre più spesso (dopo la Siria, anche in Libia) filano d’amore e d’accordo. In caso di necessità, ha risorse economiche pronte per finanziare le milizie curde fedeli agli Usa.

Il tutto, tra l’altro, a un costo ridicolo. I mille soldati americani che fanno la guardia ai pozzi siriani sono lo 0,5 per cento di tutte le truppe che gli Usa dispiegano all’estero. E dal momento dell’intervento in Siria nel 2014, sono morti sul campo «solo» otto soldati americani. Dal punto di vista americano, e chiunque l’abbia deciso, un intervento redditizio.

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