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Israele tra campagna elettorale e venti di guerra

Giorgio Bernardelli
9 settembre 2019
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Nelle ultime settimane si è di nuovo surriscaldato il clima ai confini settentrionali di Israele. Incursioni aeree israeliane vengono condotte in Siria, Libano e persino Iraq contro le forze iraniane e filo iraniane. Ma la tensione, per ora, sembra sotto controllo...


Nelle ultime settimane – e proprio alla vigilia del replay delle elezioni politiche fissato per il 17 settembre – il fronte nord di Israele, quello al confine con il Libano e la Siria, è tornato a farsi incandescente. In questi primissimi giorni di settembre si è arrivati davvero a un passo dall’esplosione di un nuovo conflitto a tutto campo con Hezbollah, il movimento sciita libanese guidato da Hassan Nasrallah. Che cosa sta succedendo?

A intrecciarsi sono scenari che sono sia regionali sia tutti interni alla politica israeliana. Il punto di partenza è il dato di fatto che Hezbollah (e dietro di lui Teheran) è uscito rafforzato dall’esito della lunga stagione del conflitto siriano, tutt’altro che concluso. Per cui il primo ministro Benjamin Netanyahu – da sempre contrario a ogni forma di dialogo con Teheran, che considera l’arcinemico di Israele – ha dato disco verde a raid aerei sempre più profondi contro le milizie filo-iraniane, accusate di accumulare arsenali missilistici in grado di colpire Israele. In luglio ad essere bersagliate dagli israeliani sono state addirittura postazioni che si trovano all’interno dei confini iracheni, nelle aree fino all’anno scorso controllate dall’Isis. Dopo aver spinto attivamente per l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano – avvenuta con l’amministrazione Trump nel maggio 2018 – Israele sta dunque spingendo per una guerra a tutto campo con l’Iran? Probabilmente no. E proprio quanto avvenuto in questi giorni lo testimonia.

Il 25 agosto l’esercito israeliano ha dichiarato apertamente di aver compiuto raid aerei su «obiettivi terroristici» ad Aqraba, a sud-est di Damasco in Siria, colpendo strutture da cui (secondo il comunicato ufficiale) sarebbe stato in preparazione «un attacco contro Israele da parte delle guardie rivoluzionarie iraniane e delle milizie sciite». La scelta di dare un’eco del genere all’operazione è stata evidentemente politica e non è difficile intravvedere in controluce la volontà di Netanyahu di far passare in campagna elettorale l’idea del premier forte, che mantiene salda la cosiddetta «deterrenza», cioè la convinzione che la reazione militare a un attacco di Hezbollah sarebbe talmente dura da scoraggiare Teheran a sostenere politicamente un’ipotesi di questo genere. Solo che giocare la carta della «guerra d’attrito» è ugualmente pericoloso. Perché anche Nasrallah – dall’altra parte – ha una leadership da non far vacillare. Così ha subito promesso una ritorsione che puntuale è arrivata il primo settembre, quando missili sparati dal Libano hanno colpito un’ambulanza militare in territorio israeliano.

Un episodio del genere avrebbe benissimo potuto essere l’inizio di una di quelle escalation che – come su un piano inclinato – portano dritti a una guerra a tutto campo. Ma stavolta è stato Israele a rispondere in una maniera anomala: subito dopo il raid delle milizie sciite ha diffuso le immagini di soldati feriti che venivano portati via dal luogo dell’esplosione. Salvo poi scoprire che si trattava di propaganda all’incontrario: in realtà nessun militare è stato ferito gravemente e tanto meno ucciso. Però l’esercito con la Stella di Davide ha voluto dare ugualmente a Hezbollah l’idea di un’azione dagli effetti sanguinosi con l’intenzione in qualche modo di offrire un risultato da sbandierare per allentare la tensione.

Perché questa scelta? Perché sul fronte nord una guerra avrebbe conseguenze devastanti per Israele: l’esito della seconda guerra del Libano nel 2006 fu disastroso anche per l’opinione pubblica interna (163 morti israeliani, tra cui 44 civili uccisi e altri duemila feriti per i missili caduti su città popolose come Haifa), oltre che ovviamente per le vittime (più di un migliaio), le ferite e le distruzioni inferte a tutto il Paese dei Cedri. Quel conflitto fu interrotto solo grazie un cessate il fuoco giunto con la dislocazione alla frontiera tra Israele e Libano dell’Unifil, la forza di pace dell’Onu a cui l’Italia tuttora offre un importante contingente militare. Ma se la situazione riesplodesse oggi lo scenario che si profilerebbe sarebbe ancora più devastante.

Per questo la strada della «deterrenza» su cui Netanyahu ha fondato tutta la sua politica è quanto mai pericolosa. E lo è ancora di più in un momento come questo in cui – preoccupato per l’improvvisa apertura di Trump a un possibile vertice con il presidente iraniano Rouhani, fatta balenare al G7 di Biarritz – il governo israeliano fa di tutto per mantenere comunque alta la tensione con Teheran. Appare dunque evidente che con così tanti fattori in gioco gli equilibri sono delicatissimi e ogni situazione è esposta al rischio di sfuggire di mano.

Ci sarebbe invece un’altra strada per indebolire davvero le milizie filo-iraniane. La suggerisce Akiva Eldar, nell’articolo linkato qui sotto: si potrebbe puntare a rafforzare le fragili istituzioni nazionali libanesi riavviando un negoziato sulle Fattorie di Sheba, una piccolissima porzione di territorio sul confine che il Libano rivendica e che Israele mantiene per ragioni strategiche ormai molto dubbie dal punto di vista militare. Un’iniziativa del genere, però, presupporrebbe una leadership israeliana decisamente diversa. Ma – anche al di là del risultato personale di Netanyahu, come sempre in crisi nei sondaggi della vigilia – non sono molte oggi le speranze che le elezioni del 17 settembre siano in grado di produrla.

Clicca qui per leggere l’analisi di Akiva Eldar su Al Monitor


 

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