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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia.

Aramco non olet

Fulvio Scaglione
3 settembre 2019
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La grande impresa petrolifera Saudi Aramco attraversa un periodo di crisi per la caduta dei prezzi del greggio sul mercato. E tuttavia resta l'azienda più redditizia del pianeta. Molti investitori e speculatori di tutto il mondo vorrebbero acquistare le sue azioni. In barba a tutto.


Nei regimi autoritari la caduta di un personaggio importante non è mai solo il frutto di un capriccio di corte o di una gelosia di partito. Questo vale anche per il Medio Oriente e per uno dei suoi Paesi più «pesanti» in termini di politica ed economia, ovvero l’Arabia Saudita. Nel giro di pochi giorni il potente Khalid al-Falih, ministro dell’Energia, è stato brutalmente ridimensionato. Il suo ministero prima ha perso le competenze sulle attività minerarie, poi allo stesso Al-Falih è stata tolta la presidenza di Saudi Aramco, il colosso petrolifero nazionale, affidata invece a un consigliere di fiducia del principe Mohammed bin Salman, Yasir al-Rumayyan, che è allo stesso tempo presidente del fondo sovrano nazionale. Per Al-Falih è il preannuncio della liquidazione finale.

Della sua sorte «professionale» può anche importarci poco. Ci deve invece importare, perché ci riguarda, il meccanismo che l’ha provocata. Al-Falih paga il deludente andamento del prezzo del petrolio. Per tutta l’estate il greggio è stato trattato a meno di 60 dollari a barile, quando l’Arabia Saudita ha bisogno di un prezzo sopra gli 80 dollari per far quadrare i conti. Il ministro in disgrazia è stato l’artefice della politica che i sauditi hanno varato fin dall’inizio del 2017, cioè importanti tagli alla produzione per far risalire il prezzo. Al-Salih è stato un buon politico, ha convinto l’Opec e anche la Russia a tagliare la produzione. Ma il risultato è stato infine deludente. Soprattutto alla luce del fatto che entro i prossimi due anni l’Arabia Saudita vorrebbe mettere sul mercato il 5% delle azioni di Aramco. Ed è piuttosto chiaro che le azioni di un’azienda valgono meno se la merce che essa tratta, in questo caso il petrolio, a sua volta vale poco.

Le domande che ci riguardano arrivano tutte a questo punto. Perché il petrolio vale così poco? Gli esperti offrono due spiegazioni. La prima è che le riserve Usa di shale oil (il petrolio estratto dalle rocce e dalle sabbie), dopo un periodo di calo, si sono riformate e resteranno stabili. Ciò vuol dire tanto petrolio sul mercato, quindi problemi per le economie di tanti Paesi produttori, con relativa depressione dell’economia internazionale. Troppa offerta, quindi. Ma anche poca domanda: la guerra dei dazi tra Usa e Cina (ma non solo) intimorisce le imprese e fa rallentare l’economia, innescando la paura di una recessione globale che a sua volta spaventa le imprese e così via.

La seconda domanda è: perché la vendita di azioni Aramco è così importante? Ci sono ragioni immediate, «facili». Per esempio: Aramco è l’azienda più redditizia del mondo, 111,1 miliardi di dollari di utile nel 2018. Nello scorso aprile l’azienda ha emesso obbligazioni per 10 miliardi di dollari e ha raccolto ordini per oltre 100 miliardi, il più clamoroso successo finanziario nella storia dei Paesi emergenti.

Per queste ragioni gli investitori di tutto il mondo attendono con impazienza la vendita delle azioni Aramco. Ed è già un giallo la scelta della «piazza» su cui essa dovrà avvenire. La Borsa di Londra sconta la Brexit, quella di Hong Kong le proteste anti-cinesi, quella di New York è per i sauditi un po’ rischiosa… Dove avverrà il business del secolo?

Di questo si tratta, dell’affare del secolo. Il che conferma una cosa: non c’è guerra nello Yemen, massacro del giornalista Kashoggi, repressione delle donne o pratica della condanna a morte che possa controbilanciare il fascino tutt’altro che discreto del denaro. E quindi avremo ancora Yemen, giornalisti massacrati, donne represse, condannati a morte e in genere il ruolo destabilizzante, da vero «Paese canaglia», che l’Arabia Saudita esercita in una parte importante del pianeta, senza che alcuno, in questo mondo prodigo di embarghi e di sanzioni, alzi il ciglio.


 

Perché Babylon

Babilonia è stata allo stesso tempo una delle più grandi capitali dell’antichità e, con le mura che ispirarono il racconto biblico della Torre di Babele, anche il simbolo del caos e del declino. Una straordinaria metafora del Medio Oriente di ieri e di oggi, in perenne oscillazione tra grandezza e caos, tra civiltà e barbarie, tra sviluppo e declino. Proveremo, qui, a raccontare questa complessità e a trovare, nel mare degli eventi, qualche traccia di ordine e continuità.

Fulvio Scaglione, nato nel 1957, giornalista professionista dal 1981, è stato dal 2000 al 2016 vice direttore di Famiglia Cristiana. Già corrispondente da Mosca, si è occupato in particolare della Russia post-sovietica e del Medio Oriente. Ha scritto i seguenti libri: Bye Bye Baghdad (Fratelli Frilli Editori, 2003), La Russia è tornata (Boroli Editore, 2005), I cristiani e il Medio Oriente (Edizioni San Paolo, 2008), Il patto con il diavolo (Rizzoli, 2016). Prova a raccontare la politica estera anche in un blog personale: www.fulvioscaglione.com

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