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Uno studio internazionale: Israele poco laico

Nello Del Gatto
29 luglio 2019
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Uno studio internazionale: Israele poco laico
Un ebreo ultraortodosso suona lo shofar al Muro occidentale nel cuore di Gerusalemme. (foto Yonatan Sindel/Flash90)

Un rapporto del Pew Reaserch Center di Washington (Usa) mette Israele tra i 20 Paesi più restrittivi al mondo in tema di religione e tra quelli più percorsi da violenze e tensioni a sfondo religioso.


Israele è uno dei 20 paesi più restrittivi al mondo in tema di religione e tra i primi in classifica per le tensioni e le violenze interreligiose. Lo afferma un rapporto pubblicato solo pochi giorni fa dal Pew Reaserch Center, un centro studi statunitense con sede a Washington che analizza questioni sociali, opinione pubblica e andamenti demografici in tutto il mondo. Il rapporto ha avuto una vasta eco sulla stampa internazionale e in molti hanno commentato i risultati notando come Israele abbia, alla fine, le stesse restrizioni religiose dell’Iran.

La maggior parte del rapporto si concentra sulla discriminazione e la persecuzione di particolari gruppi religiosi in diversi Paesi, e in proposito gli ebrei sono individuati tra gli obiettivi principali in molti Stati (si dice, per esempio, che sono perseguitati in 87 Paesi). Quando esamina le «restrizioni governative», il documento pone Israele all’undicesimo posto, subito dopo Stati come l’Afghanistan, l’Iraq e il Kuwait; inoltre Israele ha ottenuto un punteggio molto alto in tema di «ostilità sociali», posizionandosi subito dopo nazioni come l’India, l’Iraq e il Pakistan. In particolare, il rapporto fa riferimento alla deferenza governativa verso le autorità religiose. Tale deferenza si sostanzia, in Israele, nel fatto che il Gran rabbinato fissa alcuni termini e regole della vita sociale e religiosa, stabilendo, ad esempio, se un ristorante è kosher o meno; se due persone possono sposarsi (non esiste il matrimonio civile – ndr) e così via. Quello sulle nozze è un controllo attenuato, visto che in genere anche i matrimoni che si svolgono al di fuori del Paese sono legalmente riconosciuti, cosa che induce molti israeliani (per lo più ebrei non praticanti) a recarsi nei Paesi circostanti – Cipro soprattutto – per ottenere più facilmente le licenze di matrimonio. La maggior parte degli ebrei israeliani, del resto, accetta di buon grado, considerandola normale, la funzione del Gran rabbinato in materia soprattutto di stato civile, e la sua interferenza su temi come la conversione, il matrimonio e il divorzio.

Discriminatorio per legge?

Il Paese si definisce uno Stato ebraico ma in grado di riconoscere e tutelare anche le istanze dei cittadini arabi, drusi e di vari altri segmenti della popolazione non ebraica. Vero è anche, però, che l’anno scorso la Knesset (il Parlamento israeliano) ha approvato la Legge sullo Stato nazione del popolo ebraico, in base alla quale Israele è lo stato nazionale per gli ebrei, i soli titolati all’autodeterminazione entro i suoi confini (tutti gli altri gruppi etnico-religiosi assumono così il rango di cittadini di seconda classe). Gli arabi israeliani sono spesso messi ai margini o si trovano in condizioni di svantaggio.

La componente ebraica in Israele è fortemente divisa tra ebrei ortodossi o tradizionalisti ed altri meno conservatori. Un contrasto che si rivela di fatto anche nelle piccole cose della vita quotidiana. Il rapporto del Pew cita testualmente (a sostegno della sua tesi di un Israele discriminatorio) alcuni episodi violenti verificatisi e denunciati soprattutto durante lo shabbat (il giorno santo settimanale che va dal tramonto del venerdì a quello del sabato), quando non è inusuale che i tassisti che decidono di restare in servizio vengano attaccati (a volte solo verbalmente, a volte anche con sputi, lancio di pietre ed altro) dagli ebrei ultraortodossi, ligi alle regole religiose, per i quali durante lo Shabbat le auto non dovrebbero essere utilizzate e non dovrebbe essere svolta alcuna attività lavorativa.

Il rapporto, così come è stato formulato, ha suscitato non poche polemiche sulla stampa locale. Giornali come il Jerusalem Post hanno evidenziato come sia stato del tutto sproporzionato affiancare – quasi a compararne la gravità – episodi come quelli dei tassisti aggrediti a agli omicidi commessi, ad esempio, dai talebani in Afghanistan. Secondo molti analisti locali questo significa paragonare senza giustificazioni un comportamento rude, maleducato e intollerante (comunque deprecabile) con quello di assassini e torturatori, confondendo un Paese che cerca semplicemente di onorare i principi del giudaismo, con le teocrazie islamiche repressive.

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