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Londra-Riyadh, un legame inossidabile

Fulvio Scaglione
18 luglio 2019
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Nel 2015 il governo inglese dichiarò la volontà di assicurare ogni assistenza possibile all'Arabia Saudita impegnata nella guerra in Yemen. Questa alleanza regge, a dispetto di qualunque atrocità, per una ragione precisa: il denaro.


Partiamo da lontano, questa volta, per parlare di Medio Oriente. E cioè, dal Regno Unito. A Londra, in seno al Partito conservatore è in pieno svolgimento la battaglia tra Boris Johnson, ex ministro degli Esteri, e Jeremy Hunt, suo attuale successore agli Esteri, per arrivare al ruolo di premier. I due sono tipi politici assai diversi ma, chiunque vinca, una cosa comunque non cambierà: l’appoggio del Regno Unito alla guerra dell’Arabia Saudita nello Yemen.

Nel 2015 un altro ministro degli Esteri, Philip Hammond, predecessore di Boris Johnson, disse che il Regno Unito «avrebbe concretamente aiutato (l’Arabia Saudita – nda) in ogni modo possibile, tranne che partecipando ai combattimenti». E così in effetti è stato. Con Hammond, con Johnson e con Hunt.

Nessuno dei tre ha mancato, in questi anni, di criticare altri Paesi, per esempio la Russia o la Siria, per presunti o reali crimini di guerra o violazioni dei diritti umani. Nessuno dei tre, però, ha speso una parola per distanziarsi dalle azioni saudite nello Yemen. I rapporti delle Nazioni Unite apertamente accusano i sauditi di bombardare i civili «in modo diffuso e sistematico». Secondo Save the Children almeno 85 mila bambini yemeniti sono morti in questi anni a causa degli stenti provocati dal blocco navale, aereo e terrestre imposto dai sauditi. Nulla di tutto questo, però, ha impedito al governo britannico di appoggiare tali azioni. Un solo esempio: metà dell’aviazione militare saudita è di fabbricazione inglese, quegli aerei non potrebbero volare senza l’assistenza tecnica e i pezzi di ricambio forniti da Londra.

Questa alleanza senza se e senza ma, a dispetto di qualunque atrocità, ha una ragione precisa: il denaro. Negli ultimi dieci anni il governo inglese ha incassato quasi 11 miliardi di sterline (circa 12 miliardi e 200 milioni di euro) con la sola vendita di armi all’Arabia Saudita. Una boccata d’ossigeno per l’economia inglese, che nel 2018 ha registrato un deficit commerciale di 31 miliardi di euro. E le petromonarchie del Golfo Persico, nell’insieme, sono il mercato a Sud più redditizio per le esportazioni inglesi.

Fa abbastanza impressione vedere i campioni inglesi del liberalismo e del liberismo andare a braccetto con i campioni arabi dell’assolutismo e del dirigismo statale, ma tant’è. E se qualcuno vuol vedere in tutto questo una metafora perfetta della nostra relazione perversa con il Medio Oriente, be’, è libero di farlo.


 

Perché Babylon

Babilonia è stata allo stesso tempo una delle più grandi capitali dell’antichità e, con le mura che ispirarono il racconto biblico della Torre di Babele, anche il simbolo del caos e del declino. Una straordinaria metafora del Medio Oriente di ieri e di oggi, in perenne oscillazione tra grandezza e caos, tra civiltà e barbarie, tra sviluppo e declino. Proveremo, qui, a raccontare questa complessità e a trovare, nel mare degli eventi, qualche traccia di ordine e continuità.

Fulvio Scaglione, nato nel 1957, giornalista professionista dal 1981, è stato dal 2000 al 2016 vice direttore di Famiglia Cristiana. Già corrispondente da Mosca, si è occupato in particolare della Russia post-sovietica e del Medio Oriente. Ha scritto i seguenti libri: Bye Bye Baghdad (Fratelli Frilli Editori, 2003), La Russia è tornata (Boroli Editore, 2005), I cristiani e il Medio Oriente (Edizioni San Paolo, 2008), Il patto con il diavolo (Rizzoli, 2016). Prova a raccontare la politica estera anche in un blog personale: www.fulvioscaglione.com

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