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I calcoli di Trump sul Golan

Giorgio Bernardelli
22 marzo 2019
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Dicendosi pronto a riconoscere la sovranità israeliana sulle Alture del Golan, sottratte alla Siria, il presidente Donald Trump spariglia di nuovo la politica estera Usa sul Medio Oriente. I suoi perché.


Dopo il trasferimento dell’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme è arrivato anche il riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan. Con la solita “arma” del tweet il presidente Donald Trump ha buttato sul tavolo un altro pezzo da novanta nella sua politica sul Medio Oriente.

La scelta di tempo non è stata casuale: questa iniziativa uniltaterale che segna un’altra presa di distanze ufficiale degli Stati Uniti dalla comunità internazionale (per la quale le alture del Golan restano un territorio siriano occupato da Israele cinquantadue anni fa) è arrivata a poco più di due settimane dalle elezioni in Israele. E alla vigilia dell’annuale assemblea dell’Aipac, l’influente associazione che negli Stati Uniti sostiene gli interessi di Israele. Non è difficile vedere nella mossa di Trump un chiaro assist per Netanyahu che adesso ha una carta in più da giocare in una campagna elettorale resa complicata dalle sue vicende giudiziarie. Carta importante anche di fronte all’Aipac: Netanyahu spera di poterla utilizzare per recuperare consensi nella comunità ebraica americana, rimasta a dir poco perplessa per l’alleanza tra il suo Likud e Otzma Yehudit, il partito di estrema destra che si rifà alle dottrine apertamente razziste di Meir Kahane.

Non c’è però solo la politica interna israeliana dietro alla scelta di Trump: il riconoscimento della sovranità sulle alture del Golan ha un peso anche nei giochi di Washington in vista delle elezioni presidenziali del 2020. Come era già stato per il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme è infatti una svolta fortemente sostenuta dai gruppi dei cristiani-sionisti di matrice evangelical, una fetta importante dell’elettorato di Trump. Gruppi che propugnano un tipo di sostegno a Israele dalle connotazioni fortemente ideologiche e dunque poco alieno a fare i conti con i delicati equilibri politici del Medio Oriente. Senza dimenticare, poi, l’ambizione dell’attuale inquilino della Casa Bianca a inserirsi nella dialettica interna alle comunità ebraiche americane, tradizionalmente più vicine al partito democratico che a quello repubblicano.

Politica interna in Israele e politica interna a Washington, dunque. Ma in Medio Oriente, in concreto, che cosa cambierà dopo questa mossa di Trump? Al netto delle dichiarazioni di queste ore di tutte le cancellerie, ben poco. Intanto già oggi il Golan è un posto dove vivono 26 mila ebrei israeliani (più dei drusi, l’unica altra comunità attualmente presente su questo territorio); è una zona trasformata da Israele in un polo d’attrazione turistico, non un avamposto sulla frontiera sgomberabile da un giorno all’altro. Soprattutto poi, come commentava bene oggi il New York Times, sono passati i tempi in cui l’occupazione del Golan era una carta buona per infiammare le piazze pan-arabe. La guerra in Siria ha lasciato dietro di sé spaccature profonde; lo scontro a distanza tra Arabia Saudita e Iran è tutt’altro che finito e le potenze sunnite non smaniano certo per riconsegnare le alture a Bashar al Assad. Trump, dunque, ha compiuto questa mossa perché sa benissimo che per lui è praticamente a costo zero. Nello stesso tempo, però, ha confermato coi fatti che il suo fantomatico piano per una pace regionale in Medio Oriente è un bluff privo di qualsiasi contenuto. Perché i Paesi del Golfo, che pure flirtano da tempo con Israele, non potranno certo permettersi di perdere la faccia avallando pubblicamente queste continue iniziative unilaterali. Anche con il timbro ufficiale del governo degli Stati Uniti, dunque, le alture del Golan resteranno un’area politicamente contestata dove Israele continuerà a fare il bello e il cattivo tempo. Esattamente come avvenuto negli ultimi cinquantadue anni.

Alla fine, la definizione più esatta della nuova mossa di Donald Trump mi sembra quella che ha dato nel suo blog su The Times of Israel Daniel Sherman: per l’opinione pubblica israeliana il riconoscimento della sovranità sul Golan è la classica «scatola di caramelle regalata da uno sconosciuto». Un regalo poco impegnativo che serve a distrarre l’attenzione, in questo caso dalle difficoltà giudiziarie di Netanyahu. A tutti piacciono le caramelle. Funzionerà anche stavolta?

Leggi qui l’articolo del New York Times sul tweet di Trump sulle alture del Golan

Leggi qui il commento di Daniel Sherman



 

Perché “La Porta di Jaffa”

A dare il nome a questo blog è una delle più celebri tra le porte della città vecchia di Gerusalemme. Quella che, forse, esprime meglio il carattere singolare di questo luogo unico al mondo. Perché la Porta di Jaffa è la più vicina al cuore della moderna metropoli ebraica (i quartieri occidentali). Ma è anche una delle porte preferite dai pellegrini cristiani che si recano alla basilica del Santo Sepolcro. Ecco, allora, il senso di questo crocevia virtuale: provare a far passare attraverso questa porta alcune voci che in Medio Oriente esistono ma non sentiamo mai o molto raramente.

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