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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

La carica delle 120

Laura Silvia Battaglia
15 agosto 2018
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Quest'anno il pellegrinaggio dei musulmani alla Mecca, in Arabia Saudita, prevede una novità: anche 120 giovani donne verranno impiegate nell'accoglienza dei pellegrini che giungono da tutto il mondo.


Se l’esodo di Ferragosto è quasi un pellegrinaggio laico, c’è chi, intorno a Ferragosto, il pellegrinaggio lo fa davvero e con una certa serietà e zero spirito laico. Perché il periodo che per gli europei coincide con la tintarella, le arrampicate e la siesta, per i musulmani è invece il mese più sacro dell’anno dopo quello del digiuno, Ramadan, che si conclude con la festa dell’Eid al Fitr.

Ed è il mese di Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, che è uno dei cinque pilastri dell’Islam, ossia una di quelle azioni pie che almeno una volta nella vita di un musulmano devono essere eseguite e rispettate. Un’azione di devozione intensa e faticosa che passa in rassegna, in Arabia Saudita, alcuni dei luoghi da dove transitò il profeta Muhammad e che si chiude con un gigantesco rito collettivo, con milioni di fedeli che girano in tondo, pregando, intorno alla sacra pietra nera (la kaaba) della Mecca.

Quest’anno la stagione di Hajj si annuncia particolarmente atipica o, sarebbe meglio dire, particolarmente in linea con la rivoluzione di genere (i critici la definiscono make up) che l’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, ha inaugurato nel 2018. Così, veniamo a sapere che stavolta almeno 120 donne sono pronte per servire i pellegrini come speciali guide turistiche nella stagione del pellegrinaggio, in aggiunta agli altri doveri assunti dalla sezione femminile del National Tawafa Establishment for Pilgrims of Arab Countries che è l’unico ente certificato, ossia con il bollino blu (il certificato Iso) per l’assistenza ai pellegrini alla Mecca.

Lina Khashim, supervisore della sezione femminile, spiega che sono nove le obbligatorietà di servizio che le motawefs, ossia le guide al pellegrinaggio, dovranno rispettare: «Le 120 ragazze prescelte hanno lavorato per tutto l’anno nel settore della comunicazione turistica e aziendale, e hanno aggiornato una serie di data base che contengono qualifiche, competenze, educazione e numeri di telefono e account dei pellegrini. Si occuperanno anche di gestire le loro richieste e di distribuire ticket. Nel loro lavoro c’è una parte di customer service, per cui risponderanno a tutte le domande dei pellegrini, le trasferiranno al dipartimento interessato, registreranno i visitatori elettronicamente e riporteranno agli enti preposti e alle autorità eventuali problematiche».

L’articolato programma consentirà alle 120 giovani di acquisire anche una licenza di guida turistica. Non solo: la nuova filosofia saudita customer care, prevede che le guide distribuiscano dei questionari di gradimento ai pellegrini, strutturati secondo un punteggio, nel quale anche il loro operato diventerà oggetto di verifica. Per la serie: «Donna saudita, hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!»



  

Perché Diwan

La parola araba, di origine probabilmente persiana, diwan significa di tutto un po’. Ma si tratta di concetti solo apparentemente lontani, in quanto tutti legati dalla comune etimologia del “radunare”, del “mettere insieme”. Così, diwan può voler dire “registro” che in poesia equivale al “canzoniere”. Dove registro significa anche l’ambiente in cui si conserva e si raduna l’insieme dei documenti utili, ad esempio, per il passaggio delle merci e per l’imposizione dei dazi, nelle dogane. Diwan, per estensione, significa anche amministrazione della cosa pubblica e, per ulteriore analogia, ministero. Diwan è anche il luogo fisico dove ci si raduna, si discute, si controllano i registri (o i canzonieri) seduti (per meglio dire, quasi distesi) comodamente per sfogliarli. Questo spiega perché diwan sia anche il divano, il luogo perfetto per rilassarsi, concentrarsi, leggere.

Questo blog vuole essere appunto un diwan: un luogo comodo dove leggere libri e canzonieri, letteratura e poesia, ma dove anche discutere di cose scomode e/o urticanti: leggi imposte, confini e blocchi fisici per uomini e merci, amministrazione e politica nel Vicino Oriente. Cominciando, conformemente all’origine della parola diwan, dall’area del Golfo, vero cuore degli appetiti regionali, che alcuni vorrebbero tutto arabo e altri continuano a chiamare “persico”.

Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista specializzata in Medio Oriente e zone di conflitto, è nata a Catania e vive tra Milano e Sana’a (Yemen). È corrispondente da Sana’a per varie testate straniere.

Tra i media italiani, collabora con quotidiani (Avvenire, La Stampa, Il Fatto Quotidiano), reti radiofoniche (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 – Agenda del mondo, RAI News 24), magazine (D – Repubblica delle Donne, Panorama, Donna Moderna, Jesus), testate digitali e siti web (Il Reportage, Il Caffè dei giornalisti, The Post Internazionale, Eastmagazine.eu). Cura il programma Cous Cous Tv, sulle televisioni nel mondo arabo, per TV2000.

Ha girato, autoprodotto e venduto otto video documentari. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello debole, Giornalisti del Mediterraneo. Insegna come docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, alla Nicolò Cusano di Roma, al Vesalius College di Bruxelles e al Reuters Institute di Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (BeccoGiallo, aprile 2017).

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