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Israele, i leader cattolici: Più umani con eritrei e sudanesi!

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16 gennaio 2018
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Israele, i leader cattolici: Più umani con eritrei e sudanesi!
A Tel Aviv manifestazione di africani e attivisti per i diritti umani contro le misure annunciate dalle autorità israeliane a inizio 2018. (foto Tomer Neuberg/Flash90)

I responsabili della Chiesa cattolica in Terra Santa chiedono alle autorità israeliane meno durezza verso i migranti eritrei e sudanesi, che ora hanno due alternative: espulsione o carcere.


(g.s.) – All’inizio di questo 2018 il governo di Israele ha annunciato un drastico giro di vite contro i migranti irregolari eritrei e sudanesi ancora presenti nel Paese. Entro pochi mesi dovranno tornare “volontariamente” da dove sono venuti o subire gravi conseguenze. Una decisione che miete consensi tra gli israeliani – soprattutto a Tel Aviv, dove confluiscono, vivendo in condizioni misere, molti africani – ma suscita anche proteste, rammarico e perplessità. Quest’oggi i capi della Chiesa cattolica in Terra Santa hanno diffuso un comunicato nel quale chiedono alle autorità politiche di ammorbidire la linea e trovare soluzioni meno dolorose per i profughi africani.

Nella loro dichiarazione, gli ecclesiastici scrivono: «Pur riconoscendo il bisogno di controllare il flusso dei richiedenti asilo nel nostro paese, come in ogni altro luogo, noi non possiamo restare indifferenti alla situazione critica di tanti profughi in fuga dalla dittatura, dalla guerra e da altre orribili situazioni. Il benessere dalla società israeliana non può essere raggiunto a spese di così tante persone respinte tutte insieme e di tante vite esposte al pericolo e ad un futuro incerto. “Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio” (Libro del Levitico 19, 34)».

«Speriamo – conclude il testo – che l’Amministrazione voglia prendere in considerazione l’angoscia dei richiedenti asilo presenti in Israele ed offrire loro soluzioni più umane». Seguono le firme dell’arcivescovo amministratore apostolico del patriarcato latino di Gerusalemme, mons. Pierbattista Pizzaballa; dell’arcivescovo greco-melchita di Akka Georges Bacouni; dell’arcivescovo maronita di Haifa e Terra Santa mons. Moussa el-Hage; dell’ausiliare latino mons. Giacinto-Boulos Marcuzzo, vicario per Gerusalemme e la Palestina; e dei padri Hanna Kaldani, vicario per Israele del patriarcato latino e padre Rafic Nahra, vicario per i cattolici ebreofoni in Israele (che è anche coordinatore della pastorale dei migranti del patriarcato latino di Gerusalemme). Anche il Custode di Terra Santa, fra Francesco Patton, ha sottoscritto la dichiarazione.

Sono gli stessi firmatari, all’inizio del loro comunicato, a riassumere i termini della questione: «Il primo gennaio 2018 l’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione ha reso pubblico un annuncio con il quale offre ai richiedenti asilo dal Sudan e dall’Eritrea una scelta tra due opzioni: la partenza o l’incarcerazione. Secondo le informazioni rese pubbliche, a coloro che opteranno per la partenza entro il 31 marzo 2018 verranno dati 3.500 dollari oltre al rimborso del biglietto aereo. Coloro che resteranno dopo tale data subiranno sanzioni, dopo un determinato periodo di tempo».

«Un altro documento – osserva la dichiarazione – specifica che i richiedenti asilo e i profughi dal Sudan e dall’Eritrea (escluse le donne, i bambini, i genitori di figli non autosufficienti e le vittime di schiavitù/lavoro forzato/commercio sessuale) che si presenteranno a rinnovare i loro permessi di soggiorno temporanei, a partire dal 2 febbraio 2018 verranno informati che hanno 60 giorni di tempo per lasciare Israele, rientrando nel loro paese d’origine o trasferendosi in uno o due “Paesi terzi” africani. Il documento stabilisce che gli interessati possono opporsi a questa decisione, ma precisa anche che il procedimento d’appello non potrà ritardare la partenza dei richiedenti asilo oltre il termine di 60 giorni stabilito, a meno che l’appello non sia accolto. Coloro che resteranno in Israele dopo i 60 giorni verranno incarcerati».

La fascia di persone presa in considerazione è quella dei richiedenti asilo eritrei e sudanesi che non hanno presentato alcuna formale istanza d’asilo alla data del primo gennaio 2018. I media israeliani parlano di 42 mila persone. Le autorità competenti si riservano però di allargare il numero dei candidati all’espulsione verso Paesi terzi, includendovi anche coloro per i quali l’istruttoria per l’asilo è ancora in corso.

I Paesi dell’Africa subsahariana che in virtù di accordi bilaterali con lo Stato ebraico si impegnano ad accogliere un certo numero di africani costretti a lasciare Israele sono il Ruanda e l’Uganda. Da ormai tre anni il Ruanda accoglie gli africani rigettati da Israele, ma varie organizzazioni umanitarie israeliane non lo considerano una destinazione sicura. Il 3 gennaio scorso organismi come la sezione israeliana di Amnesty International, o altri in prima linea nella difesa dei diritti degli immigrati, profughi e lavoratori stranieri (Hotline for Refugees and Migrants, Kav LaOved, ecc.) hanno denunciato che una volta arrivati in Ruanda, gli espulsi da Israele si ritrovano privi di diritti ed esposti a rapimenti, tortura, traffico di esseri umani. In altre parole, la loro odissea non ha fine.

Non basta: le stesse organizzazioni israeliane riferiscono che almeno 7 mila profughi eritrei e sudanesi in Israele nel corso del 2017 non hanno potuto presentare domanda d’asilo perché l’Autorità per la popolazione e l’immigrazione ha impedito loro di farlo, frapponendo ostacoli fisici e obbligando a code interminabili nell’unico ufficio in tutto il Paese abilitato a raccogliere le richieste.

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