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All’Onu l’Iran nel mirino di Israele e Usa

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21 settembre 2017
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All’Onu l’Iran nel mirino di Israele e Usa
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu al Palazzo di Vetro dell'Onu, il 19 settembre 2017 (foto Amir Levy/Flash90)

IL 19 settembre si è aperta a New York la 72.ma Assemblea generale delle Nazioni Unite. Tra gli altri temi ha tenuto banco l'accordo internazionale sul nucleare iraniano.


(c.l./g.s.)Statisti e uomini di governo di tutto il mondo sono convenuti a New York nei giorni scorsi per l’annuale apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. È stato un turbinio di incontri bilaterali dietro le quinte e discorsi ufficiali nell’aula del Palazzo di Vetro. Nel suo intervento il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non ha perso l’occasione per denunciare ancora una volta, davanti ai rappresentanti di oltre 190 Paesi, l’accordo concluso nel 2015 con l’Iran dalle grandi potenze occidentali. Un accordo, firmato dall’amministrazione di Barack Obama, che anche il suo successore Donald Trump ha vituperato. «Modificatelo o abbandonatelo», ha chiesto il premier israeliano, prendendo la parola il 19 settembre. Secondo lui vanno eliminate per lo meno le clausole che prevedono di revocare di qui a qualche tempo le restrizioni al programma atomico iraniano. Secondo Netanyahu, l’accordo non mira a contenere le ambizioni nucleari e balistiche iraniane ma, al contrario, consente a Teheran di sviluppare i propri piani al riparo dell’accordo.

Il capo del governo israeliano non ha mancato di felicitarsi con il presidente statunitense per il discorso, con accenti anti-iraniani, pronunciato solo poche ore prima dallo stesso podio. Trump aveva affermato che «l’accordo con l’Iran è una delle transazioni peggiori e più pregiudizievoli mai sottoscritte dagli Stati Uniti». «Sono trent’anni che frequento le Nazioni Unite e non avevo mai ascoltato un discorso più acuto e coraggioso» ha chiosato Netanyahu in una dichiarazione riportata dal quotidiano The Times of Israel.

Davanti all’Assemblea il premier israeliano ha anche condannato l’influenza iraniana che si estende in Medio Oriente verso sud. «Dal Mar Caspio al Mediterraneo, da Teheran a Tartous (nella Siria occidentale – ndr), una cortina iraniana discende sul Medio Oriente» ha detto il politico israeliano, giurando che impedirà agli iraniani di stabilirsi in modo permanente in Siria, a fianco del movimento libanese Hezbollah, che è intervenuto a sostegno del governo di Damasco.

Il 20 settembre è toccato al presidente iraniano Hassan Rouhani dire la sua davanti all’Assemblea generale. Con tono fermo, ma senza calcare troppo i toni, ha spiegato che il suo popolo, riconfermandolo alla presidenza quattro mesi fa, ha optato per la moderazione. «Una moderazione che non cerca né l’isolamento né l’egemonia. Non implica indifferenza o intransigenza. Il sentiero della moderazione è il sentiero della pace. Ma di una pace giusta e inclusiva, non la pace per una nazione e la guerra e i tumulti per le altre». Riferendosi a Trump, l’iraniano si è rammaricato che «degli arroganti nuovi arrivati» vogliano distruggere l’accordo raggiunto in sede internazionale con l’Iran. Teheran, ha aggiunto, non sarà la prima a violare quell’accordo ma risponderà «in modo deciso e risoluto alla sua violazione da parte di chiunque».

«Noi – ha osservato con enfasi Rouhani – non minacciamo nessuno ma non tolleriamo minacce da nessuno. (…) Restiamo saldi davanti a minacce e intimidazioni». Parole che poi l’Iran ha confermato testando un nuovo missile a lunga gittata.

Ai margini dell’Assemblea generale dell’Onu, il 18 settembre si è svolto anche un incontro tra il primo ministro israeliano e il presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi. Non è il primo faccia a faccia tra i due – vi su un incontro segreto nel 2016 – ma stavolta la stretta di mano è avvenuta pubblicamente, davanti a giornalisti, fotografi e telecamere, senza remore da parte del leader arabo.

L’agenzia di informazione Mena, spiega che i colloqui sono stati un tentativo per sbloccare i negoziati israelo-palestinesi, fermi al palo dal 2014. Al Sisi ha incontrato separatamente anche il presidente palestinese Mahmoud Abbas. I due hanno deciso di continuare a lavorare per la soluzione dei due Stati per due popoli in Terra Santa.

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