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Attacco chimico in Siria, l’Onu prende tempo

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6 aprile 2017
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Attacco chimico in Siria, l’Onu prende tempo
La rappresentante Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, durante il suo intervento al Consiglio di Sicurezza il 5 aprile 2017. (UN Photo/Rick Bajornas)

L’attacco con armi chimiche avvenuto il 4 aprile, a Khan Shaykhun, in Siria, divide i governi e, ancora una volta, paralizza l'Onu. Rimpallo di responsabilità e indagini aperte.


(g.s.) – Se confermato nei termini riferiti dai media, l’attacco con armi chimiche avvenuto due giorni fa, il 4 aprile, a Khan Shaykhun – un’area rurale poco a sud della città di Idlib – è il più grave registrato in Siria dopo quello del 21 agosto 2013 nella zona orientale di Ghouta, alle porte di Damasco. Lo ha detto ieri mattina al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, a New York, Kim Won-soo, alto rappresentante per il disarmo. Il funzionario Onu ha preso la parola nel corso della riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza convocata dalla presidenza di turno – che spetta agli Stati Uniti – per esaminare quello che ha i contorni di un crimine di guerra.

Per fare la maggior chiarezza possibile su questi fatti, e su altri episodi precedenti, è in corso un’indagine congiunta dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche e dell’Onu. I primi risultati dovrebbero essere consegnati nelle prossime settimane. E forse si capirà anche se Damasco nel 2013 onorò veramente l’impegno di consegnare, perché fossero distrutte, tutte le armi chimiche conservate nei suoi depositi.

Le prime testimonianze, rimbalzate anche con video diffusi via Internet, riferiscono di bombardamenti aerei subito seguiti da quelli che sembrano gli effetti tipici dell’impiego di gas tossici (forse gas nervino). Sono morte tra le 70 e le 100 persone (inclusi molti bambini) e almeno 200 sono rimaste ferite. I colpiti, secondo i soccorritori, manifestavano sintomi di varia gravità: perdita di coscienza, vomito, convulsioni, soffocamento, abbondante fuoriuscita di bava dalla bocca; il tutto in assenza di ferite rilevanti sul corpo. Nella stessa mattinata, altri ordigni hanno colpito gli ospedali ove il personale medico si prodigava intorno ai feriti.

Unanime la condanna pubblica dell’impiego di armi chimiche, vietate dal diritto internazionale. Su quasi tutto il resto c’è divisione.

Un solo elemento non viene negato da nessuna delle parti: il bombardamento su Khan Shaykhun, in un territorio controllato dalle milizie di al Nusra, è stato portato a termine dall’aviazione siriana. Il governo di Damasco rigetta, però, come propaganda nemica l’accusa di aver usato, questa volta o in passato, armamenti chimici. I suoi alleati russi si spingono a dire che gli aerei siriani hanno involontariamente centrato un arsenale chimico delle forze antigovernative, che in questi anni hanno già utilizzato più volte i gas in Siria e in Iraq. I governi occidentali – Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Italia fra gli altri – attribuiscono invece la totale responsabilità alle forze armate leali al presidente Bashar al-Assad, il quale, a questo punto, dovrebbe essere trattato come un criminale di guerra.

La bozza di risoluzione presentata al Consiglio di Sicurezza da Francia, Regno Unito e Stati Uniti chiede che l’Onu deliberi finalmente un intervento sanzionatorio contro il governo siriano. Le tre potenze occidentali avevano già presentato il 28 febbraio scorso una bozza di risoluzione contro l’impiego di armi chimiche in Siria. L’iniziativa – che prevedeva sanzioni contro 21 organizzazioni, società e individui – era stata bloccata dal veto di Russia e Cina.

Nella seduta di ieri il rappresentante francese François Delattre ha respinto l’ipotesi russa del bombardamento accidentale di un deposito dei ribelli, perché in tal caso si sarebbe sviluppato un incendio, che invece le cronache non riportano. Gli ha fatto eco il collega britannico, Matthew Rycroft, che ha rinfacciato alla Russia le sue responsabilità

Per l’Italia, Sebastiano Cardi, ha appoggiato l’iniziativa dei tre alleati, auspicando però una soluzione politica e non militare al conflitto siriano.

Altri membri del Consiglio di Sicurezza (Bolivia, Svezia, Uruguay, Cina, Senegal, Giappone, Egitto, Etiopia, Kazakhstan e Ucraina), pur con accenti diversi, hanno evitato di mettere sotto accusa, senza esitazione, il governo siriano. Si augurano piuttosto che, lungi dalla propaganda di ogni colore, le inchieste internazionali facciano luce sulle responsabilità di tutti i contendenti in campo. Per la cronaca, lontano da New York c’è anche chi ipotizza a Khan Shaykhun una macabra messa in scena architettata dai ribelli dopo i bombardamenti dell’aviazione.

Per la Russia l’incidente del 4 aprile punta a minare i negoziati per il futuro della Siria in corso a Ginevra dopo la fase di Astana. E non corrisponde agli interessi di Damasco ma delle forze ribelli. I russi – ha detto l’ambasciatore Vladimir Safronkov – si aspettano che le commissioni di inchiesta internazionali facciano fino in fondo il loro dovere, vagliando attentamente l’attendibilità delle fonti e recandosi sui luoghi teatro degli eventi. Il diplomatico ha sottolineato che la stessa Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, in passato, ha ammesso che i gruppi di al-Nusra e lo Stato Islamico sono in grado di produrre gas mostarda e sarin – ipotesi a cui vari esperti non credono considerata la complessità del processo di produzione e stoccaggio – e lo hanno utilizzato già varie volte.

Nikki Haley, intervenendo a nome degli Stati Uniti, ha mostrato agli altri quattordici membri del Consiglio alcune delle foto scattate il 4 aprile a Khan Shaykhun, e ha evocato «la barbarie del regime di Assad», chiedendo a tutti di non chiudere gli occhi. Se il Consiglio di Sicurezza non prenderà l’iniziativa di un’azione collettiva – ha concluso la Haley – i singoli Stati saranno obbligati ad agire autonomamente.

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