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Armi chimiche in Siria, gli Usa non aspettano

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7 aprile 2017
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Armi chimiche in Siria, gli Usa non aspettano
La scia di un missile lanciato dal cacciatorpediniere Porter verso la base siriana di Shayrat la notte del 7 aprile 2017. (foto U.S. Navy)

La notte scorsa la Marina militare statunitense ha lanciato una sessantina di missili su una base dell'aviazione siriana. Washington addebita a Damasco l'uso di armi chimiche. Il sostegno degli alleati a Trump.


(g.s.) – Nel corso della notte, alle prime ore del 7 aprile, due navi da guerra statunitensi, dislocate nel Mediterraneo, hanno lanciato 59 missili da crociera Tomahawk contro la base aerea siriana di Shayrat da dove, secondo Washington, sono decollati più volte nelle settimane scorse aerei muniti di bombe chimiche sganciate sulle regioni ancora controllate dai ribelli. L’intervento in qualche modo era stato vagheggiato il 5 aprile dall’ambasciatrice statunitense all’Onu. In mattinata Damasco ha ammesso che nella base bmbardata vi sono varie vittime (anche civili). Sui danni realmente subiti c’è un balletto di versioni.

Parlando dalla Florida nella serata di ieri, ora della costa orientale degli Stati Uniti, il segretario di Stato Rex W. Tillerson ha spiegato di avere un altissimo grado di certezza che armi chimiche con gas nervino siano state impiegate dalle forze armate del presidente Bashar al-Assad non solo il 4 aprile, ma anche il 25 e 30 marzo nella provincia di Hama. Detto questo Tillerson ha anche chiamato in causa la Russia che nel 2013 si era impegnata, davanti alla comunità internazionale, a supervisionare la completa distruzione di tutto l’arsenale chimico dei siriani. Delle due l’una, ha chiosato il responsabile della politica estera Usa: o il governo russo è complice di Damasco oppure ha fatto fronte a quel suo impegno in maniera incompetente. Per Washington l’operazione portata a termine nottetempo dalla sua Marina è stata appropriata anche per un’altra ragione: gli Usa vogliono impedire che ciò che resta dell’arsenale chimico dello siriano possa eventualmente cadere nelle mani di coloro che potrebbero anche utilizzarlo sul suolo statunitense.

Il governo americano spiega di aver messo al corrente della propria decisione gli alleati in Europa e in Medio Oriente. E in effetti da più parti in mattinata è giunto il plauso alla decisione del presidente Donald Trump.

Il capo del governo italiano, Paolo Gentiloni, in una dichiarazione alla stampa ha detto che «l’azione ordinata stanotte dal presidente degli Stati Uniti Trump è una risposta motivata a un crimine di guerra. (…) Contro un crimine di guerra il cui responsabile è il regime di Bashar al-Assad. (…) L’uso delle armi chimiche è vietato dalle convenzioni internazionali, da numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, non può essere circondato dall’indifferenza; chi ne fa uso non può contare su attenuanti o mistificazioni». «Gli Stati Uniti – ha proseguito il premier italiano – hanno definito la loro azione come un’azione puntuale e limitata e non come una tappa di una escalation militare. L’Italia è sempre stata convinta che una soluzione duratura della crisi siriana vada ricercata nel negoziato. Questa è sempre stata e resta la nostra posizione. Negoziato che deve comprendere tanto le forze di opposizione quanto quelle del regime, che deve svolgersi sotto l’egida delle Nazioni Unite; che deve vedere un ruolo decisivo e costruttivo della Russia. Sono convinto che l’operazione di questa notte debba non ostacolare ma accelerare il negoziato politico per una soluzione duratura che del resto è l’unico antidoto serio alle minacce del terrorismo ancora presenti in quell’area». Un’impostazione che Gentiloni dice di aver condiviso in colloqui telefonici con il presidente francese François Hollande e con la cancelliera tedesca Angela Merkel: «Sono convinto – ha concluso – che l’operazione di questa notte debba non ostacolare ma accelerare il negoziato politico per una soluzione duratura che, del resto, è l’unico antidoto serio alle minacce del terrorismo ancora presenti in quell’area».

Apertamente schierati con Trump anche i governi di Arabia Saudita, Bahrein, Turchia e Israele. Sia il presidente dello Stato ebraico, Reuven Rivlin, sia il premier (e ministro degli Esteri) Benjamin Netanyahu hanno lodato la fermezza del presidente Usa. Netanyahu si augura che il messaggio veicolato dai Tomahawk nella notte suoni forte e chiaro non solo a Damasco, ma anche a Teheran e a Pyongyang (la capitale nordcoreana).

A sua volta Mosca promette gravi conseguenze nei rapporti bilaterali con Washington. In una notte Trump è riuscito anche ad allontanare da sé il sospetto di essere eccessivamente contiguo agli interessi russi.

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