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Il vescovo luterano di Terra Santa scrive a Donald Trump

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3 febbraio 2017
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Il vescovo luterano di Terra Santa scrive a Donald Trump
Il dottor Munib Younan, vescovo luterano di Giordania e Terra Santa. (foto MAB/CTS)

Con una lettera aperta indirizzata al nuovo presidente statunitense, il vescovo luterano Mounib Younan auspica che gli Usa restino fedeli ai loro principi fondativi. E non mettano a rischio i cristiani del Medio Oriente.


(g.s.) – È datata primo febbraio 2017 la Lettera aperta di un vescovo di Gerusalemme al presidente Donald Trump, che il dottor Mounib Younan ha voluto indirizzare al nuovo inquilino della Casa Bianca, per auspicare che gli Stati Uniti restino un faro di speranza anche per i popoli afflitti da guerre e sofferenze.

Nella sua veste di pastore della Chiesa evangelica luterana di Giordania e Terra Santa, il vescovo Younan – che presiede anche la Federazione luterana mondiale – inizia la lettera «in spirito di preghiera» e invoca dal Cielo che il mandato presidenziale appena iniziato negli Usa sia fruttuoso e gli Stati Uniti d’America, sotto la guida di Trump, «continuino a sostenere e promuovere i loro radicati valori di diversità, uguaglianza, ricerca della felicità, e libertà e giustizia per tutti». «Possa la sua dedizione ai valori fondativi del suo Paese estendersi anche a coloro che vivono in aree dove ci sono conflitti e sofferenza», scrive il vescovo al presidente.

La lettera aperta prosegue: «Innalzo questa preghiera dal mio ufficio di Gerusalemme, dove continuiamo a pregare e lavorare per una pacifica e giusta soluzione per i due popoli e le tre religioni di questa terra. Noi aspiriamo a realizzare [anche qui] quella libertà, giustizia e uguaglianza nella diversità di cui il suo Paese è esempio per il resto del mondo».

È a questo punto che Younan esprime la sua preoccupazione per le decisioni adottate nei giorni scorsi dal presidente Trump riguardo agli immigrati e ai rifugiati. Si parla, in particolare, dello stop temporaneo agli ingressi negli Usa di persone provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana – Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen – e a dichiarazioni verbali del presidente che alludono a futuri trattamenti di favore per i membri delle minoranze, tra le quali rientrano i cristiani.

«Sono preoccupato – dice l’ecclesiastico –, perché per quasi 250 anni, il mondo ha guardato al suo Paese come un esempio di come diverse razze e nazionalità possono riconoscersi in una comune identità americana. (…) Per questa ragione moltissimi profughi e immigrati hanno guardato agli Stati Uniti come a un faro di speranza». Preoccupato, spiega il vescovo, perché ora questo faro sembra venir meno.

Ma ci sono altre ragioni di apprensione, condivise ed espresse anche da dignitari cattolici come il patriarca caldeo Louis Raphael I Sako, che da Baghdad, giorni fa, definiva la linea di Trump una «trappola per i cristiani del Medio Oriente». Osserva il luterano, e palestinese, Younan: «Sono preoccupato, non solo per coloro che non potranno più entrare nel suo Paese, ma anche per la sicurezza dei miei vicini in questa regione. Temo che la decisione di negare l’ingresso [negli Usa] ai cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana, con la ventilata possibilità di garantire un trattamento di favore ai cristiani di quelle stesse nazioni, possa recare danno a molte piccole comunità nella regione. Un tale approccio risulterà particolarmente dannoso per i cristiani arabi. Nel mondo arabo, i cristiani hanno una lunga storia di convivenza fianco a fianco con i vicini musulmani. Noi rifiutiamo ogni tentativo di dividere la società araba lungo linee di demarcazione di carattere religioso, e continuiamo a considerare noi stessi degni del medesimo diritto di cittadinanza, che comporta uguali diritti e responsabilità».

Avviandosi a concludere il suo testo, il vescovo Younan ricorda che lo stesso Gesù Cristo fu profugo, con i suoi genitori, in Egitto. Quel Gesù che ci ha insegnato che accogliere uno straniero è accogliere lui (cfr. Vangelo secondo Matteo 25,35). Proprio per l’accoglienza non è opzionale per i cristiani, ma fa parte dei loro valori fondamentali.

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