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Economia in crisi, l’Egitto è sfiancato

Alessandra Bajec
6 febbraio 2017
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Economia in crisi, l’Egitto è sfiancato
Un ambulante egiziano.

È bene non sottovalutare il malcontento e la sofferenza del popolo egiziano. Le misure drastiche adottate dal governo in materia economica rendono la vita sempre più difficile. I prezzi salgono, i salari no.


Tra riforme economiche dolorose e prezzi alle stelle crescono in Egitto malcontento e insofferenza. Intanto, il Paese si prepara a ricevere la seconda rata del prestito triennale dal Fondo monetario internazionale (Fmi).

A sei anni dalla rivolta popolare che, a inizio 2011, spodestò Hosni Mubarak dopo trent’anni al potere, gli egiziani si trovano a vivere condizioni sempre più difficili. Il governo del presidente Abdel Fattah el-Sisi continua a introdurre misure di austerità, dure e inefficaci, in ossequio alle condizioni imposte dal Fmi per l’erogazione di un prestito da 12 miliardi di dollari in tre anni.

Riforme ritenute necessarie secondo quanto ha affermato Mahmoud Aboul Oyoun, ex direttore della Banca centrale, in un’intervista al quotidiano locale Daily News Egypt: «A metà del 2016, l’Egitto aveva raggiunto il punto di non ritorno. Le uniche alternative erano riformare, o cessare i prestiti e mettere fine all’economia».

Così si è voluto sventare il crollo economico. Lo scorso novembre, il Fmi ha approvato il prestito triennale all’Egitto. La prima rata da 2,75 miliardi di dollari è stata versata. La seconda, di 1,25 miliardi di dollari, dovrebbe arrivare ad aprile. L’esborso delle successive dipenderà dall’applicazione delle riforme richieste e dalla performance economica del Paese. A questo si aggiungerebbe un altro prestito, di 3 miliardi di dollari, dalla Banca Mondiale.

Ancora prima, in via preventiva, il governo egiziano aveva attuato alcune delle precondizioni richieste dall’istituto monetario come l’introduzione dell’Iva al 13 per cento, la svalutazione della moneta locale e la liberalizzazione del prezzo di cambio voluti dalla Banca centrale, il taglio dei sussidi, la riduzione dei posti di lavoro pubblici. Il capo dello Stato, già da tempo, si appella ai suoi connazionali chiedendo loro di tirare la cinghia.

Risultato: l’inflazione annua è salita bruscamente al 24,3 per cento a dicembre 2016; i prezzi dei beni di prima necessità, medicinali compresi, sono schizzati fino a raddoppiare; la lira sterlina egiziana è piombata del 48 per cento rispetto al dollaro, arrivando a un cambio di quasi 19 lire per un dollaro il mese scorso; gli stipendi sono rimasti invariati; resta alta la disoccupazione.

La durissima austerity colpisce gran parte degli egiziani, dalle classi medio-alte a quelle più basse. Un profilo socio-economico che contrasta nettamente con le anticipazioni del Fmi. «Il programma aiuterà l’Egitto a ripristinare la stabilità economica e a promuovere la crescita inclusiva», si legge in un comunicato dell’istituto.

C’è molta frustrazione tra le masse, in attesa di concreti cambiamenti dal 2011 e in quotidiana lotta per la sopravvivenza. Ora debbono fare i conti con vertiginosi rincari e una carenza cronica di prodotti disponibili sul mercato. Molti beni di consumo alimentare sono quasi introvabili, soprattutto al Cairo dove i prezzi vengono maggiorati ulteriormente.

«I costi dei prodotti alimentari e delle utenze continuano a salire», si lamenta Badawi, portiere di uno stabile. «Non si riesce a trovare lo zucchero e se lo si trova è molto caro; anche il prezzo del latte artificiale è aumentato. A casa, non compriamo più né l’uno né l’altro». Non potendo permettersi di comprare medicine in farmacia, quando ne ha bisogno Badawi si mette in fila davanti all’ospedale pubblico del suo quartiere.

I prezzi dei medicinali, a gennaio, sono aumentati del 15 per cento per i farmaci locali, e del 20 per cento per quelli importati. Negli ultimi mesi, il Paese è affetto da una penuria di prodotti farmaceutici d’importazione.

«L’aumento dei prezzi ha influito sulla fornitura di farmaci, anche quelli per malattie croniche», conferma Minna, una commessa in farmacia. «I prezzi sono talmente gonfiati che comprare da mangiare è diventato un lusso. A casa nostra, pensiamo prima a pagare le utenze», continua.

Il clima sociale già teso è oggi inasprito da condizioni di vita fortemente deteriorate con il rischio di scatenare la (inesplosa) rivoluzione dei poveri, se non si porrà rimedio all’economia del Paese nei prossimi mesi.

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