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«Il Papa in Georgia e Azerbaijan, un contributo alla pace»

Carlo Giorgi
30 settembre 2016
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«Il Papa in Georgia e Azerbaijan, un contributo alla pace»
Monsignor Claudio Gugerotti, attuale nunzio apostolico in Ucraina.

Inizia oggi il viaggio di papa Francesco in Georgia e Azerbaijan. Profondo conoscitore dei due Paesi e delle loro comunità cristiane è il nunzio Claudio Gugerotti. Lo abbiamo intervistato.


«Georgia e Azerbaijan, dove sta per arrivare papa Francesco, non sembrano Paesi alla ribalta della Storia. Ma non è così: la visita del Papa ha un’importanza estremamente significativa e può dare un contributo alla pace, non solo in queste terre!». Ad affermarlo è monsignor Claudio Gugerotti, attuale nunzio apostolico in Ucraina e, dal 2002 al 2011, rappresentante pontificio proprio in Armenia, Georgia e Azerbaijan. Abbiamo intervistato una prima volta mons. Gugerotti a giugno, in occasione della visita di papa Bergoglio in Armenia. Oggi continuiamo il nostro dialogo su Georgia e Azerbaijan dove papa Francesco si reca da oggi, 30 settembre, fino a domenica 2 ottobre.

Armenia a Georgia sono nazioni saldamente cristiane e fiere di esserlo. Secondo la tradizione, in Armenia predicarono per primi gli apostoli Bartolomeo e Taddeo mentre in Georgia giunse l’apostolo Andrea, il fratello di Pietro. L’Azerbaijan invece è uno Stato islamico dove vive anche una minoranza cristiana ortodossa, un piccolissimo numero di cattolici (300 persone in tutto) e una storica radicata comunità ebraica, i cosiddetti «ebrei della montagna» giunti lì in tempi e modi tuttora sconosciuti.

Nunzio Gugerotti, lei riuscì a visitare il Caucaso diversi anni prima della caduta del muro di Berlino.
La prima volta che mi recai in Georgia era il 1976. Ero studente di lingue orientali all’Università Ca’ Foscari di Venezia e mi stavo recando in Armenia per studiare. Durante la tappa a Tbilisi mi indicarono una delle quattro chiese cattoliche che non erano mai state chiuse nelle capitali degli Stati sovietici. Il parroco, un polacco originario di Vilnius, era appena tollerato e veniva controllato dalle autorità. Viveva una situazione difficile e di solitudine: era lontano migliaia di chilometri da qualsiasi altro prete cattolico e doveva essere sempre molto prudente. Ma era interessante scoprire che molte persone da ogni parte dell’Unione Sovietica venivano a Tbilisi per far battezzare i figli. Il vantaggio per loro era quello di trovare una chiesa aperta e, andando lontani da casa, quasi ai confini con la Turchia, la speranza era che i servizi segreti sovietici non lo venissero a sapere. Poi, nell’88, ci fu un devastante terremoto in Armenia…

Cosa avvenne in quel frangente?
In occasione del terremoto le autorità sovietiche per la prima volta accettarono aiuti anche dalla Caritas; così potemmo entrare a portare soccorsi e, fra l’altro, riuscimmo finalmente e incontrare i cristiani locali. Essendo la zona terremotata vicino al confine, in poche ore di automobile potemmo raggiungere anche le comunità armeno cattoliche e latine che abitavano quelle zone montuose della Georgia. Lì svolgevano il loro ministero tre sacerdoti: un vero lusso rispetto alla completa assenza di presbiteri in altre regioni dell’Unione Sovietica… Pochi mesi dopo, nell’89, avvenne un fatto di fondamentale importanza: il presidente dell’Unione Sovietica, Mikhail Gorbaciov, si recò in Vaticano a incontrare papa Giovanni Paolo II. Subito dopo, mons. Francesco Colasuonno venne nominato rappresentante della Santa Sede presso l’Urss e – quando l’Unione Sovietica si sciolse – presso la cosiddetta Comunità degli Stati indipendenti (Csi). Io stesso fui inviato ad accompagnare mons. Colasuonno a presentare le credenziali ai nuovi presidenti di Armenia e Georgia.

Che tipo di accoglienza aveste?
Molto buona. Zviad Gamsakhurdia, il primo presidente della Georgia, chiese un aiuto concreto per il suo Paese. Nacque così l’idea di costruire un poliambulatorio, con la collaborazione dei camilliani di Tbilisi. Giovanni Paolo II ne fu entusiasta e volle che venisse chiamato come una sua enciclica, Redemptor Hominis. Qualche anno dopo il nuovo presidente della Georgia, Eduard Shevardnadze, che era stato anche ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica, mi disse che considerava Giovanni Paolo II la più grande persona del secolo.

Come papa Francesco, anche Giovanni Paolo II si recò in Armenia, Georgia e Azerbajian. Cos’è cambiato in questi Paesi dalla visita di papa Wojtyła?
Giovanni Paolo II visitò il Caucaso a pochi anni dalla caduta del regime comunista, in un contesto che conosceva molto bene. Oggi invece l’Unione Sovietica è ormai un ricordo. La Georgia si è politicamente un po’ più stabilizzata, pur attraverso rivolte e colpi di stato, decidendo di avvicinarsi a Stati Uniti e blocco occidentale, anche se negli ultimi anni in chiave meno anti russa. Tuttavia rimane ancora un Paese con problemi economici gravi, e i rapporti tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa non sono sempre semplici. Nonostante tutto, però, in Georgia la vita delle persone non è molto cambiata dalla visita di Giovanni Paolo II. L’Azerbajian invece, assieme alla stabilizzazione politica ha goduto anche di una grande prosperità, grazie al petrolio di cui è ricco. È diventato un Paese con una disponibilità economica altissima anche se non sempre molto equamente distribuita. Il vero problema dell’Azerbaijan di oggi, estremamente attuale, è quello dei suoi vicini musulmani.

Ovvero?
L’Azerbaijan è un Paese musulmano moderato che ha visto negli anni crescere e stringersi intorno a sé, come una morsa, il fondamentalismo islamico. Sia da Nord, cioè nei Paesi della Federazione Russa (come la Cecenia e il Daghestan), sia da Sud, a causa di un certo approccio all’Islam di Iran, Arabia Saudita e alleati. L’Azerbaijan, questo va ricordato, ha sempre tenuto moltissimo alla tolleranza nei confronti delle altre religioni e cioè ha evitato che ci fosse una religione di Stato, assicurando la pacifica convivenza con le altre comunità. Con la sua visita il Papa sostiene la linea di moderazione scelta dal governo e rinforza la posizione dello Stato azero che non vuole cadere nelle mani del fondamentalismo islamico. La visita del Papa certamente favorisce questo progetto.

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