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L’Iran alle urne, poco spazio per i riformisti

Carlo Giorgi
26 febbraio 2016
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L’Iran alle urne, poco spazio per i riformisti
L'ayatollah Ali Khamenei esprime il suo voto alle urne questa mattina davanti a telecamere e fotografi.

Oggi si svolgono in Iran le elezioni parlamentari con cui vengono designati per i prossimi otto anni i 290 nuovi membri del Parlamento e gli 88 giuristi islamici dell’Assemblea degli esperti. La consultazione è una partita dall’esito (quasi) già scritto. «L'astensionismo è il pericolo maggiore» spiega Riccardo Redaelli, professore di geopolitica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.


Oggi si svolgono in Iran le elezioni parlamentari, appuntamento di grande importanza con cui vengono designati per i prossimi otto anni i 290 nuovi membri del Parlamento e gli 88 giuristi islamici dell’Assemblea degli esperti. La consultazione odierna è una partita dall’esito (quasi) già scritto: da una parte i conservatori dell’ayatollah Ali Khamenei schierano un esercito di candidati graditi al potere religioso. Dall’altra i moderati del presidente Hassan Rouhani, possono contare solo su solo una piccola truppa di aspiranti al seggio parlamentare. Ago della bilancia: l’umore incerto dell’elettorato iraniano.

«L’astensionismo è il pericolo maggiore» spiega Riccardo Redaelli, professore di geopolitica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e direttore del master in Middle Eastern Studies (Mimes) dell’Alta scuola di Economia e Relazioni internazionali dell’Ateneo «Vi è molta disillusione fra la popolazione – spiega Redaelli –, visto che queste elezioni sono state pressoché decise prima ancora del voto, dato che il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione ha falcidiato la quasi totalità dei candidati riformisti o moderati. Una scelta chiaramente voluta dal Leader supremo (rahbar), l’anziano e malato ayatollah Ali Khamenei, preoccupato che si potesse aprire una nuova stagione riformista, sull’onda del compromesso nucleare raggiunto con l’Occidente dal governo del presidente moderato Hassan Rouhani. Tuttavia, i leader moderati e riformisti stanno cercando di mobilitare l’elettorato che, in maggioranza, è ostile ai conservatori.

C’è qualche possibilità che con le elezioni gli equilibri dell’attuale parlamento cambino?
Avendo squalificato la maggior parte dei candidati riformisti, nel futuro parlamento è improbabile che vi siano grandi rivoluzioni. Tuttavia, il presidente Rouhani spera che si indebolisca il blocco e gli ultra-conservatori, legati al suo predecessore Ahmadinejad e ai segmenti più oscuri del Nizam (il «sistema», come viene chiamato il regime di potere), a vantaggio di una maggioranza «centrista» di conservatori moderati e pragmatici. Pochi i riformisti candidati.

Una vittoria dei conservatori potrebbe fermare il cammino riformista del presidente Rohuani, oppure si tratta di un cammino irreversibile, qualsiasi cosa accada?
Rouhani non è un riformista, ma la sua agenda è quando più vicino ai riformisti vi possa essere oggi in Iran. È un centrista pragmatico e aperto alle esigenze della società civile, sempre più esasperata dalla crisi economica, dalla corruzione e dalle vessazioni quotidiane di un regime altamente impopolare, ma che non ha di fatto alternativa politica. Rouhani sta cercando di migliorare il sistema politico, lavorando con prudenza per ridurre la distanza fra regime e popolazione. Ma le variabili sono moltissime: crisi interne, minacce esterne, tensioni regionali… Il cammino verso un Iran più aperto e moderato rimane molto insidioso.

Pensando al bene delle minoranze religiose del Paese, cristiani inclusi, quale scenario sarebbe il più auspicabile?
Per i cristiani e le altre minoranze è auspicabile questa evoluzione progressiva verso un sistema più aperto, tollerante e meno ideologizzato. Anche se i cristiani non sono vessati in quanto tali, sono evidenti le limitazioni alla vita e all’attività delle Chiese cristiane all’interno della Repubblica islamica. Tuttavia, è bene sottolineare come il sistema garantisca dei posti riservati in parlamento per le minoranze religiose (cristiani, ebrei, zoroastriani) e come i vertici di queste comunità cerchino di non farsi troppo coinvolgere nelle lotte politiche interne alla frammentata élite di potere iraniana.

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