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A due film israeliani il premio del pubblico della Berlinale 2016

Luca Balduzzi
24 Febbraio 2016
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A due film israeliani il premio del pubblico della Berlinale 2016
Una foto di scena dal film Junction 48

Il cinema israeliano si congeda dalla 66.ma edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, che si è appena conclusa, con due prestigiosi riconoscimenti, ottenuti entrambi nella sezione Panorama.


Il cinema israeliano si congeda dalla 66.ma edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, che si è appena conclusa, con due prestigiosi riconoscimenti, ottenuti entrambi nella sezione Panorama.

Il premio del pubblico per il miglior film è stato assegnato a Junction 48, di Udi Aloni, regista oramai di casa al festival, in cui ha presentato tutti i propri film da tredici anni a questa parte.

Prendendo ispirazione dalla vita di Tamer Nafar, fondatore del primo gruppo rap/hip-hop arabo-palestinese, i DAM, e autore di canzoni quasi esclusivamente in lingua araba, Aloni racconta il conflitto fra gli ebrei e i palestinesi «a colpi di musica».

Un punto di vista decisamente particolare, anche se non completamente inedito, perlomeno per il pubblico dei festival cinematografici. I DAM, infatti, sono già stati protagonisti dei documentari Channels of Rage, di Anat Halachmi (premiato al Festival internazionale cinematografico di Gerusalemme nel 2003 e al Festival cinematografico di Israele nel 2005, ma visto anche al Festival Internazionale a regia femminile Sguardi Altrove l’anno successivo), e Slingshot Hip Hop, di Jackie Salloum, presentato in anteprima al Festival cinematografico Sundance di Robert Redford del 2008.

Inoltre, Aloni e Nafar avevano già lavorato a stretto contatto per il documentario Art/Violence, di cui Nafar è stato anche produttore, presentato e premiato alla Berlinale del 2012. Anche per questo, probabilmente, al regista è venuto spontaneo chiedere allo stesso Nafar di collaborare alla stesura della sceneggiatura e di interpretare il protagonista Karim.

La parte musicale del film si rivela decisamente ben costruita: rende conto in maniera obiettiva degli artisti israeliani che supportano le posizioni del governo (con un riferimento evidente ai rivali di Nafar nella scena musicale nazionale) e introduce anche la storia di Manar, la fidanzata di Karim, che vuole continuare a esibirsi nonostante l’opposizione della propria famiglia, di idee palesemente più conservatrici, e le minacce.

Purtroppo, molto meno approfondita è la caratterizzazione dei personaggi: gli ebrei inevitabilmente razzisti e violenti (e che cos’altro ci si potrebbe aspettare da chi parla dell’occupazione israeliana come di nuova apartheid e «pulizia etnica»?), i palestinesi e gli arabi essenzialmente compassionevoli e pacifici, anche quando le ruspe demoliscono la casa di un loro amico per fare spazio al Museo della Coesistenza. È vero, però, che la politica «in senso stretto» rimane una parte veramente piccola del film, che porta avanti anche una sotto-trama legata al mondo della droga.

Non meno importante, il premio del pubblico per il miglior documentario è andato a Who’s Gonna Love Me Now? di Tomer and Barak Heymann, la storia di Saar, un ebreo omosessuale ripudiato dalla propria famiglia ed emigrato a Londra.

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