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Tra petrodollari e sharia, il cammino in salita dei sauditi

Manuela Borraccino
14 novembre 2015
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Tra petrodollari e <i>sharia</i>, il cammino in salita dei sauditi

Ha un crescente rilievo economico e internazionale, da anni è membro del G20 e forziere delle riserve petrolifere mondiali. Ma la percezione comune dell’Arabia Saudita resta quella del Paese simbolo dell’intolleranza religiosa, delle discriminazioni contro le donne e della repressione delle richieste di riforme. Con questo saggio, l’ambasciatore emerito a Riyadh Eugenio d’Auria tenta di sfatare gli stereotipi.


Ha un crescente peso economico e internazionale, da anni è membro del G20 e forziere delle riserve petrolifere mondiali. Ma la percezione comune dell’Arabia Saudita resta quella del Paese simbolo dell’intolleranza religiosa, delle discriminazioni contro le donne e della repressione delle richieste di riforme. Con questo saggio l’ambasciatore emerito a Riyadh Eugenio d’Auria tenta di sfatare gli stereotipi ed accrescere l’interesse per un paese in gran parte segreto.

Il racconto di D’Auria prende le mosse dalle origini del Regno. E spiega come il patto politico-religioso stabilito nel 1744 fra l’emiro di Al Diriyah, Mohamed ibn Saud, e il predicatore Mohamed ibn Abdel Wahab abbia sancito un’alleanza che è stata alla base di tutti gli eventi che hanno condotto alla formazione dell’Arabia Saudita odierna. Al punto da ostacolare ancora oggi (dopo il passaggio avvenuto nel giro di pochi anni da una società agricola e isolata ad un Paese industriale che ha un ruolo cruciale negli assetti energetici mondiali), l’apertura da parte dei vertici del Regno ai valori propri della modernità: come il rispetto del pluralismo politico e religioso, la separazione fra fede e politica, l’universalità dei diritti umani e della parità fra uomo e donna.

Tra i capitoli più riusciti del saggio risultano proprio quelli sul sistema di potere e di alleanze tra le tribù, ancora oggi una componente essenziale della struttura dello Stato wahabita e del controllo sociale che la Casa reale esercita sui sudditi, e sull’assetto sociale del Regno, con particolare accento sulla condizione femminile e sul trattamento riservato alla minoranza sciita. L’unico ambito in cui le donne godono della parità rispetto agli uomini è infatti quello della piena responsabilità per i crimini commessi a partire dalla pubertà.

Il diplomatico non ignora le contraddizioni presenti anche in un settore, come quello dell’istruzione, sul quale la monarchia ha investito negli ultimi anni il 25 per cento del Pil, uno dei tassi più alti del mondo, con una percentuale che sfiora il 10 per cento per le università, come si vede peraltro con la King Abdullah University of Science and Technology (KAUST), istituita nel 2005 dal compianto sovrano saudita per incoraggiare la partecipazione femminile al mondo del lavoro e dell’economia (ma la più prestigiosa università saudita nel settore tecnico, la King Fahd University for Petroleum and Minerals, resta preclusa alle donne). Gli atenei sauditi risultano così proiettati verso il futuro, ma con un anacronistico ancoraggio alla tradizione islamica wahabita; le donne costituiscono ormai più della metà degli studenti universitari, che hanno superato il milione (su 20 milioni di abitanti). Ma se l’aumento dell’istruzione femminile ha portato ad un abbassamento del tasso di crescita demografica, è però mutato poco o nulla il ruolo della donna nella famiglia. Ed il tasso di occupazione femminile rimane il più basso del mondo arabo, intorno al 12-15 per cento secondo i dati ufficiali, malgrado la presenza di oltre 25 mila imprese a guida femminile nel Regno.

Gli osservatori stranieri si concentrano spesso sul divieto delle donne al volante, unico caso al mondo. L’ambasciatore D’Auria rimarca però come ben altre e molto più rilevanti siano le discriminazioni subite dalle donne, come dimostrano le campagne contro le violenze domestiche e per la formazione professionale femminile sponsorizzate ormai da diverse esponenti della Casa reale, come le principesse Adeela bint Abdullah e Fahda bint Saud bin Abdul Aziz. L’aumento di divorzi, argomenta D’Auria, rappresenta la spia di un malessere che vede le più giovani insofferenti verso un modello che trasferisce di fatto il controllo sulla loro vita dal padre al marito. Perciò gli eventuali cambiamenti, rimarca, potranno venire più dalla capacità di incidere delle organizzazioni non governative e dai gruppi attivi per la parità che non dalla volontà riformatrice dei vertici, da sempre impegnati nella ricerca di un difficile equilibrio con i circoli religiosi più tradizionalisti.

Quel che è certo è che, malgrado il saldo attaccamento alla sharia, la casa reale saudita appare decisa a traghettare il Paese da un’economia dipendente dall’oro nero ad un’economia della conoscenza. Il che farebbe apparire inevitabili delle riforme in un Paese dove più della metà della popolazione ha meno di 18 anni, e l’80 per cento ne ha meno di 30. Con tutte le contraddizioni vigenti nei cosiddetti Rentier State: i Paesi con poche tasse e molti sussidi, dove il consenso sociale è in gran parte costruito con i proventi del petrolio. «I quattro quinti della popolazione – riflette D’Auria – non hanno vissuto l’era precedente il boom petrolifero e considerano quindi come un dato acquisito il ruolo dello Stato fornitore di sussidi e servizi elargiti senza particolari distinzioni rispetto alle condizioni economiche e sociali dei beneficiari».

E ancora: l’alleanza inossidabile con gli Stati Uniti dal celebre incontro nel 1945 del presidente Franklin Delano Roosevelt con Abdel Aziz ibn Saud, in quella che è la più stridente contraddizione della politica estera americana dal dopoguerra ad oggi; l’uso propagandistico della questione palestinese contro le pressioni dell’Occidente sui diritti umani; la questione della minoranza sciita e dei diritti umani.

Con il mandato d’ambasciatore d’Italia a Riyadh, dal 2005 al 2010, D’Auria ha avuto un accesso privilegiato alla vita sociale, economica e politica dell’Arabia Saudita ed è stato evidentemente incoraggiato anche dai vertici sauditi a descriverla. Ne emerge uno spaccato di grande interesse, che contribuisce a gettare luce su aspetti poco noti al grande pubblico e, nell’obiettivo dichiarato dell’autore, a «spiegare alle proprie autorità e ai propri connazionali quello che molti continuano a considerare la sciarada saudita».

Ci si poteva aspettare forse qualcosa in più che dei rapidi accenni a volo d’angelo su una serie di questioni: l’intolleranza religiosa che spinge alla clandestinità due milioni di lavoratori stranieri cristiani nel Regno; la repressione che colpisce blogger o giornalisti che provino a criticare i membri della Casa reale; il ricorso alla pena capitale, che nel solo 2015 avrebbe colpito ben 133 detenuti. In proposito non possiamo dimenticare il ventenne sciita Ali Mohammed Al Nimr, che recentemente è stato condannato a morte per aver partecipato a una manifestazione contro il regime e rischia la crocefissione.

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