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Giovani palestinesi, tra esasperazione e bancarotta politica

di Giorgio Bernardelli
16 ottobre 2015
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Come le cronache di questi giorni ci hanno ampiamente raccontato, sono giovanissimi i protagonisti della nuova intifada. Non è la prima volta: anche nel 1987 erano principalmente i ragazzini a tirare le pietre. Sarebbe il caso di guardarla in faccia questa generazione di palestinesi, per provare a capire meglio le ragioni di quanto sta accadendo in queste settimane in Terra Santa...


Come le cronache di questi giorni ci hanno ampiamente raccontato, sono giovanissimi i protagonisti della nuova intifada. Non è la prima volta: anche nel 1987 erano principalmente i ragazzini a tirare le pietre. E nel 2000 l’icona della rivolta divenne il piccolo Mohammed al Dura, il ragazzetto ucciso mentre stava rannicchiato accanto al padre, dietro un muretto, in uno scontro con l’esercito israeliano. Icona contestata: c’è una lunga letteratura in Rete che sostiene – con considerazioni balistiche – che non possa essere stato colpito dal fuoco israeliano. E dunque Mohammed sarebbe la prova delle «menzogne palestinesi». Il tutto mentre dalla parte opposta l’iconografia del «martire al Dura» copre l’unico dato di fatto provato dalle immagini tivù: il terrore di un ragazzino finito in una storia più grande di lui.

Ho ricapitolato questa vicenda perché ieri – nell’eterno ritorno delle intifade – è andato in scena una sorta di remake, con la stessa squallida rincorsa reciproca. Ha iniziato l’altra sera il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) citando per nome nel suo discorso televisivo alla nazione il tredicenne palestinese Ahmed Mansra, «ucciso a sangue freddo» dopo aver cercato di accoltellare (e ferito) un suo coetaneo ebreo a Gerusalemme. Solo che Ahmed non è affatto morto, si trova ricoverato all’ospedale di Hadassah. E a quel punto alla sicurezza israeliana – e al premier Benjamin Netanyahu – non è parso vero di poter mostrare la sua fotografia nel letto in cui è ricoverato. E siccome nella guerra mediatica non bisogna risparmiare cartucce, nell’immagine si vede bene in primo piano il vassoio del suo pranzo con il particolare del caffè con tanto di cannuccia. Quello che però si fa un po’ più fatica a notare è che il braccio destro di Ahmed è ammanettato al suo letto.

Sì, ci risiamo: i ragazzini usati dalla propaganda – oggi forte anche di tutto l’armamentario dei social network – per giocarsi su un unico caso la reputazione migliore in questa nuova ondata di violenza che scuote la Terra Santa. E per attribuire ogni responsabilità solo a chi sta dall’altra parte.

È squallido anche perché guardare ai ragazzini sarebbe forse il modo migliore per capire, come fortunatamente provano a fare gli altri due articoli che rilanciamo qui sotto. Nel primo David Hearst guarda dentro a questa nuova generazione di giovanissimi militanti palestinesi. È la generazione nata durante il processo di Oslo; quella che avrebbe dovuto beneficiare dei miliardi di dollari di investimenti ricevuti dalla Palestina per incoraggiare la pace. Questa generazione è la certificazione della bancarotta di tutte le leadership politiche. E adesso – senza più speranze – sta prendendosi la scena, insofferente di vecchi leader che (non solo ora) si dimostrano talmente lontani dalla realtà da non sapere nemmeno se un ragazzo è vivo oppure morto.

Questi giovanissimi sono il frutto degli ultimi vent’anni. Ma – come osserva acutamente Asher Schechter su Haaretz – potrebbero essere anche il volto della Gerusalemme del futuro. «Questa non è un’intifada – scrive Schechter –, questa è l’anteprima di come diventerà lo Stato binazionale». Accusa forte, non condivisibile nella sua ineluttabilità. Ma il problema che pone è serio. Vivere insieme non si improvvisa: ha bisogno di diritti, di strutture, di sogni da poter coltivare. Tutto ciò che da tempo a chi cresce a Gerusalemme Est è stato negato. Adesso chi ha predicato per anni il mantra della Gerusalemme «capitale unica e indivisibile» si affretta a tirare su posti di blocco e barriere nei quartieri arabi. La contraddizione è evidente: non c’è futuro se non insieme per arabi ed ebrei in Terra Santa; e il primo passo è prendersi cura davvero di chi ha vent’anni oggi a Jabel Mukaber.

Clicca qui per vedere la foto di Ahmed Mansra in ospedale

Clicca qui per leggere l’articolo di David Hearst sull’Huffington Post

Clicca qui per leggere l’articolo di Asher Schechter su Haaretz