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Pantano Libano

di Giorgio Bernardelli
25 agosto 2015
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La protesta gira sui social con l'hashtag #YouStink, che esprime un concetto elementare: «Puzzate». Un nome che calza alla perfezione per la rivolta dei rifiuti che sta portando in piazza migliaia di persone in Libano. «Puzzate», come la spazzatura che da un mese ormai si ammassa nelle strade di Beirut. O come un'intera classe politica che ha portato il Paese alla paralisi.


L’hashtag attraverso cui la protesta gira sui social è #YouStink, traduzione dell’arabo Til’at Reehitkum. Che significa un concetto estremamente elementare: «Puzzate». Un nome che calza alla perfezione per la rivolta dei rifiuti che sta portando in piazza migliaia di persone in Libano. «Puzzate» come la spazzatura che da un mese ormai si ammassa nelle strade di Beirut per la mancanza di un piano dopo la chiusura della principale discarica che serve la città. Ma c’è qualcosa che – secondo gli attivisti di questo movimento che si proclama orgogliosamente come nato dal basso – in Libano puzzerebbe ancora di più: un’intera classe politica che, attraverso i personalismi e le alchimie dei rapporti confessionali, ha portato il Paese alla paralisi. Fino al punto di non essere più in grado nemmeno di garantire un normale servizio amministrativo come è la raccolta dei rifiuti.

Si può riassumere in queste poche righe l’essenza del movimento che da qualche giorno sta tenendo sulla corda il Libano. Da quando sabato si sono ritrovati in ventimila in piazza a Beirut a chiedere le dimissioni del governo di Tammam Salam, che guida ormai per forza d’inerzia un Paese che da un anno e mezzo non riesce a eleggere un nuovo capo dello Stato e ha visto prorogare di due anni il mandato del suo Parlamento per la constatata impossibilità di trovare un accordo tra le forze politiche per nuove elezioni. Nella loro marcia sui palazzi della politica a Beirut i manifestanti hanno incontrato sabato sera una dura repressione delle forze dell’ordine. Ma quando domenica si sono dati appuntamento di nuovo, hanno constatato questa volta al proprio interno la presenza di alcune frange violente, che hanno cercato l’escalation negli scontri: il risultato sono stati un morto e 400 feriti. Nel frattempo il premier Tammam Salam ha promesso una soluzione all’emergenza rifiuti nel giro di poche ore. E i leader di #YouStink hanno rinviato a sabato un nuovo sit in che era stato indetto per ieri sera, promettendo che nel frattempo si adopereranno per evitare infiltrazioni violente. Aggiungendo però che non si tratta affatto di un passo indietro e che l’obiettivo ormai non è più solo la raccolta dei rifiuti dalle strade, ma le dimissioni del governo. Il tutto nel quadro di un Paese dove le divisioni confessionali sono legate oggi a filo doppio alla guerra in Siria, con le milizie di Hezbollah che combattono a Damasco a fianco del presidente Bashar al Assad (e contano ormai centinaia di loro morti nel conflitto) e i sunniti libanesi schierati con tutto lo spettro delle forze di opposizione (compresi i gruppi jihadisti più fanatici).

Che cosa sta succedendo, quindi, in questi giorni in Libano? E la rivolta dei rifiuti che cosa lascerà dietro di sé a Beirut? Nei commenti di queste ore c’è chi vede nel movimento #YouStink un ritorno allo spirito che caratterizzò l’inizio delle primavere arabe del 2011, da Tunisi al Cairo. Soprattutto al suo carattere unitario, al di là delle divisioni confessionali. È il caso – ad esempio – di Rami Khouri, uno dei commentatori più noti a livello internazionale sulle vicende libanesi, che sostiene sia la prima volta che a Beirut decine di migliaia di persone vengono portate in piazza non da Hezbollah o dai partiti politici sunniti o cristiani. «La sacralità dello sconsiderato sistema confessionale del Paese è stata violata nel centro di Beirut in questo fine settimana – sostiene Khoury -. Appare ormai impossibile che la vita politica vada avanti come prima in un Libano sfinito e fragile, dove alcuni cittadini, chiaramente sostenuti dalla maggioranza silenziosa, hanno brandito l’arma più pericolosa di fronte ai governi corrotti e inefficienti: l’attivismo popolare».

Molto meno ottimista il quotidiano L’Orient-Le Jour che vede soprattutto i rischi di una manipolazione della piazza, già vista in questi anni in tante altre capitali arabe. «La trappola» è il titolo dell’editoriale di Michel Touma secondo cui #YouStink sarà anche spontaneo, ma chi soffia oggi sul fuoco dell’antipolitica a Beirut sono le stesse forze che in questi ultimi anni hanno sistematicamente boicottato ogni tentativo di far uscire il Paese dalla paralisi settaria (e fa espressamente i nomi del partito dell’ex generale Michel Aoun e degli sciiti di Amal, le forze che con Hezbollah hanno dato vita al Fronte 8 marzo, quello filo siriano). Di qui il timore che diventi l’occasione per una spallata dalle conseguenze imprevedibili.

Due giudizi opposti, dunque, che dicono quanto la situazione a Beirut in queste ore sia delicata. E quanto il braccio di ferro in corso in Libano vada ben al di là rispetto alla questione contingente dei rifiuti ammassati sulle strade.

Clicca qui per leggere il commento di Rami Khoury su Al Jazeera America

Clicca qui per leggere l’editoriale di Michel Touma su L’Orient-Le Jour

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