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La malapianta dell’odio anticristiano

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14 luglio 2015
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Il numero di luglio-agosto 2015 del bimestrale Terrasanta ospita, come di consueto, la rubrica «Orizzonti», di mons. David M. Jaeger. Il francescano prende spunto dall’incendio doloso del 18 giugno scorso in un santuario cristiano a Tabgha per rilanciare alcune considerazioni sul compito che spetterebbe ai cittadini cristiani di Israele. Il testo dell'intervento.


Il numero di luglio-agosto 2015 del bimestrale Terrasanta ospita, come di consueto, la rubrica «Orizzonti», di mons. David M. Jaeger. Il francescano prende spunto dalla cronaca – l’incendio doloso del 18 giugno scorso in un santuario cristiano a Tabgha, in Israele – per rilanciare alcune considerazioni sul compito che spetterebbe ai cittadini cristiani dello Stato ebraico. Vi anticipiamo qui il testo dell’intervento.

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La malapianta dell’odio anticristiano

«Se io non sarò per me, chi sarà per me? E da solo, chi sarò? E se non adesso, quando?». Così il massimario dei Padri, della Mishnah ebraica. Mi è venuto in mente all’apprendere la notizia dell’incendio sacrilego al Santuario della Moltiplicazione alla riva del Mar di Galilea (cfr p. 21). Prontamente, tutte le autorità religiose e civili lo hanno ritualmente condannato. Opinionisti si sono poi lamentati delle forze dell’ordine, che troppo spesso non riescono a risalire agli autori di oltraggi ai luoghi di culto cristiani. Da parte mia, però, non dubito minimamente della volontà della polizia di individuare i delinquenti, possibilmente prima che abbiano consumato il delitto pianificato. C’è stato chi ha auspicato l’uso dei metodi investigativi «speciali» dell’anti-terrorismo, ma da parte mia dubito che Cristo voglia essere difeso con mezzi che sarebbero – diciamolo così – al limite del moralmente lecito. In ogni caso, affrontare il fenomeno della violenza cristianofoba, fisica o verbale, non è soltanto né primariamente compito della polizia, né un’impresa che può essere lasciata soltanto agli altri.

Nel 1977-1978, da segretario per il collegamento del Consiglio dei cristiani uniti in Israele, preoccupato – con altri credenti in Cristo – dalle iniziative legislative anticristiane promosse da un partitino fondamentalista, che però rischiavano di raccogliere largo consenso, andai a consultarmi con il membro del Parlamento, del partito dei diritti civili, Shulamit Aloni, uno dei personaggi più riveriti della vita pubblica in Israele. La signora Aloni (morta nel 2014) mi fece leggere un paio di tomi di verbali di commissione parlamentare, ripieni delle «testimonianze» di attivisti anticristiani. Deliranti. Speculari alle peggiori calunnie antisemite. All’epoca riuscimmo a mettere su coalizioni ad hoc di organizzazioni cristiane ed ebraiche, che fermarono il progresso legislativo. Ma nei sotterranei della vita nazionale, i propagatori dell’odio sono sempre rimasti al lavoro, sfruttando l’ignoranza e la credulità dei più. Ma anche la nostra inerzia. Non fummo capaci infatti di rendere permanenti quelle coalizioni, né abbiamo, in mezzo alla società di espressione ebraica, una Chiesa locale pienamente costituita, che dimostri alla nazione ebraica non essere i cristiani un «corpo estraneo» e meno ancora una «quinta colonna»; una realtà che le parlasse quotidianamente nella sua lingua e dall’interno della sua esperienza, e che costruisse pazientemente, e a tutto campo, leale cooperazione con gli ambienti potenzialmente favorevoli alla pluralità religiosa e ideale all’interno della nazione.

Certo, nulla di ciò può diminuire le altrui responsabilità, ma neppure dovremmo rassegnarci al solo vittimismo, rinunciando a prendere alcuna iniziativa lungimirante. Infatti, anche nell’immediato ci sarebbero dei passi da prendere. Un esempio per tutti: quanti si rendono conto che il nome abitualmente usato oggi in Israele per Gesù è un acronimo di «sia cancellato il suo nome e la sua memoria»: Yeshu, invece del nome proprio Yeshu’a? Le persone per bene non lo avvertono, ma per i cristianofobi, che lo sanno benissimo, questo uso abituale serve a confermarli nella convinzione erronea di esprimere un giudizio da tutti condiviso. Se insistessimo anche solo su questo, che i libri scolastici, i massmedia, abbandonassero l’acronimo offensivo e usassero invece il genuino nome ebraico, avremmo fatto un passo da gigante. Ma se noi stessi non siamo per noi, chi sarà per noi? E se ci accontentiamo di rimanere da soli, chi saremo? E se non adesso, quando?

mons. David M. Jaeger

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