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Turismo, dove anche Israele perde terreno

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8 giugno 2015
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Turismo, dove anche Israele perde terreno
Turisti indonesiani sulle pendici del Monte degli Ulivi a Gerusalemme, nell'aprile scorso, intenti a fotografare la Spianata delle Moschee. (foto Nati Shohat/Flash90)

Non ci fossero gli ebrei della diaspora, che vanno e vengono, e i gruppi di pellegrini cristiani - benché non numerosi come nei momenti d’oro - sarebbe crisi nera. Lo confermano le statistiche ufficiali e le valutazioni degli addetti ai lavori: in Israele, come nella vicina Giordania, il turismo è azzoppato dalla crisi bellica e sociale del Medio Oriente, ma non solo.


(g.s.) – Non ci fossero gli ebrei della diaspora, che non cessano di recarsi in Israele, e i gruppi di pellegrini cristiani – benché non numerosi come nei momenti d’oro – sarebbe crisi nera. Lo confermano le statistiche ufficiali e le valutazioni degli addetti ai lavori.

Analizzando i dati del primo trimestre 2015 l’Associazione degli albergatori israeliani calcola una flessione del 28 per cento dei pernottamenti a fini turistici. Con l’eccezione di Tel Aviv – che anche stavolta è un caso a sé – ne risentono tutte le principali destinazioni, come riporta YnetNews: negli alberghi di Eilat la flessione è del 51 per cento, sulla sponda occidentale del Mar Morto del 44 per cento, a Nazaret siamo a – 32 punti percentuali e a Tiberiade a – 31. Non va meglio a Gerusalemme.

L’Ufficio centrale di statistica è più prudente, ma comparando i dati dei primi quattro mesi del 2015 con quelli del primo quadrimestre 2014 constata una flessione del 16 per cento. C’era ottimismo all’inizio dello scorso anno: gli affari sembravano andare bene e facevano intravvedere la possibilità di superare il fatturato del 2013. Ma la crisi bellica di Gaza, in luglio e agosto, stroncò ogni velleità.

I portavoce degli albergatori valutano in un miliardo di shekel (oltre 232 milioni di euro) le perdite subite a causa delle cancellazioni e delle mancate prenotazioni determinate dal clima di guerra dell’estate 2014. Di certo altri fattori scoraggiano la ripresa: i prezzi non competitivi, lo shekel che è tra le valute forti, la situazione di crisi dell’economia russa (area geografica a cui appartengono molti potenziali turisti). Decisiva è però l’ombra gettata dai timori per la sicurezza in tutta la regione mediorientale: benché Israele, così come la vicina Giordania, sia un’area tutto sommato non toccata dalle gravi turbolenze che caratterizzano i Paesi arabi confinanti, molti preferiscono tenersi alla larga. In particolare gli europei – a cominciare dagli italiani – e i nordamericani.

Un insieme di concause, insomma. Resta il fatto che negli ultimi anni Israele sembra inesorabilmente perdere terreno. La classifica fornita dal Rapporto 2015 sulla competitività nel settore viaggi e turismo – stilato ogni due anni dal Forum economico mondiale e pubblicato il mese scorso – dice che lo Stato ebraico è scivolato dal 53.mo posto che occupava nel 2013 al 72.mo tra le destinazioni turistiche mondiali nel 2015. Un dato che brucia ancora di più se si considera che nel 2011 era al 46.mo posto.

A conferma dell’avversa congiuntura regionale c’è anche il declino della Giordania, scesa dal 60.mo posto del 2013 al 77.mo del 2015 (era al 64.mo nel 2011).

I pessimisti reputano che la crisi continuerà a mordere pure nel 2016. Il quotidiano The Jerusalem Post, dice che il ministero del Turismo israeliano non si rassegna e sta incrementando le campagne di marketing – rivolte anche a nuove nicchie di mercato come il turismo legato ad attività ed eventi sportivi e musicali – e promuovendo nuove rotte aeree verso Israele e, per quanto possibile, un migliore servizio di trasporti interni.

Intanto, sia sul versante israeliano sia su quello palestinese, sono allo studio nuove misure fiscali per finanziare il comparto e i servizi ad esso correlati. Stando a fonti di stampa locali, municipalità come Betlemme o Ramallah, nei Territori Palestinesi, ipotizzano di introdurre una tassa di un dollaro per ogni turista che soggiorni negli alberghi cittadini o consumi un pasto nei ristoranti (una misura analoga vige da alcuni anni pure in molte città italiane). Anche il ministero del Turismo israeliano valuta la possibilità di far pagare ai turisti una piccola tassa sui servizi di cui beneficiano.

Molti operatori restano dubbiosi e si chiedono se sia opportuno, in una fase di contrazione del mercato e di riduzione dei flussi, rendere più oneroso il soggiorno di chi ancora arriva? Non sarebbe piuttosto il caso di offrire incentivi?

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