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In Israele Netanyahu forma un nuovo governo di destra (in equilibrio precario)

Chiara Cruciati
8 maggio 2015
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In Israele Netanyahu forma un nuovo governo di destra (in equilibrio precario)
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu fa ingresso nell'aula della Knesset a Gerusalemme. (foto Miriam Alster/Flash90)

Alla fine Benjamin Netanyahu ce l'ha fatta. A un'ora dalla scadenza del termine concessogli, a termini di legge, per la formazione del nuovo governo, il premier ha presentato al presidente Reuven Rivlin la sua squadra. Un esecutivo marcatamente a destra e che nasce azzoppato perché può contare sul sostegno di solo 61 deputati su 120.


Alla fine Benjamin Netanyahu ce l’ha fatta. A un’ora dalla scadenza del termine concessogli, a termini di legge, per la formazione del nuovo governo, il premier ha presentato al presidente Reuven Rivlin la sua squadra. Un esecutivo che nasce azzoppato: il falco Avigdor Lieberman, leader di Israel Beitenu (che nella precedente legislatura s’era presentato agli elettori in tandem con il Likud del primo ministro) ed ex ministro degli Esteri si è sfilato dalla coalizione, lasciando Netanyahu con l’appoggio di solo 61 deputati sui 120 della Knesset, il parlamento israeliano.

Con una maggioranza di un solo voto, il premier – uscito inaspettato vincitore dalle elezioni del 17 marzo – deve gettare basi solide per tirare su i muri portanti di una coalizione di ultra-destra, formata da partiti ultraortodossi e nazionalisti. Per farlo Bibi non ha perso tempo: a sole 24 ore dalla sua formazione, il governo ha annunciato il via libera definitivo alla costruzione di 900 nuove unità abitative per coloni nell’insediamento di Ramat Shlomo, a Gerusalemme Est. La colonia, a maggioranza ultraortodossa, è la stessa che fece infuriare il presidente statunitense Barack Obama cinque anni fa: l’annuncio del suo ampliamento arrivò mentre il suo vice Joe Biden si trovava in visita ufficiale in Israele e fu letto come un vero e proprio schiaffo alla strategia statunitense di sostegno alla soluzione «due Stati per due popoli».

La nuova autorizzazione concessa giovedì dal ministero dell’Interno appare come una palese concessione al partito HaBayit HaYehudi (La casa ebraica) di Naftali Bennet, movimento nazionalista legato al movimento dei coloni, la cui partecipazione alla coalizione – strappata un’ora prima della scadenza del termine posto dal presidente Rivlin, a sei settimane dal 17 marzo – è stata fondamentale a garantire la precaria maggioranza parlamentare.

Senza Lieberman (che avrebbe potuto assicurare l’appoggio di altri 6 deputati), il leader di Casa Ebraica Naftali Bennett fa la parte del leone grazie agli otto parlamentari che porta in dote: ai suoi uomini vanno il ministero della Giustizia, e quelli dell’Educazione, dello Sport e dell’Agricoltura (che gli garantisce il controllo delle colonie agricole e della futura espansione coloniale nei Territori Occupati). Al partito di Bennett spetterà anche la poltrona di vice ministro della Difesa. Centrale sarà il ruolo occupato da Uri Ariel, ex ministro della Casa e oggi ministro dell’Agricoltura: a lui – che ha promosso negli ultimi anni una consistente espansione coloniale – spetterà la gestione delle terre agricole e delle risorse idriche dentro Israele e nell’Area C della Cisgiordania (sotto il totale controllo militare e civile israeliano), dove sono costruite le colonie, considerate illegali dal diritto internazionale.

Posizione strategica ai fini della tenuta della coalizione la occupano anche i partiti ultraortodossi: Shas – fazione religiosa sefardita – e Giudaismo Unito nella Torah – più vicino agli ebrei religiosi ashkenaziti – e il neonato Kulanu, sensibile agli interessi della classe media e alle sue preoccupazioni in campo economico. A Shas Netanyahu intende affidare il ministero degli Affari religiosi e quello dello Sviluppo in Negev e Galilea, oltre alla poltrona di vice ministro delle Finanze.

Dal cilindro di Netanyahu esce un governo che si spinge sempre più verso destra e che fa dell’espansione coloniale la stella polare, cozzando contro la possibilità di una soluzione a due Stati. «Con il controllo dei ministeri della Giustizia, dell’Agricoltura e dell’Educazione – spiega l’analista e giornalista israeliano Sergio Yahni – Casa ebraica viene messa nella condizione di promuovere il suo credo e cioè che lo Stato ebraico preceda qualsiasi altro valore».

«La sete di restare al potere ha spinto Netanyahu ad aprire le porte a una nuova rivoluzione estremista dentro il sionismo. Casa ebraica non è solo la continuazione del vecchio Partito religioso nazionale, ma emerge come forza nazionalista che punta a ringiovanire il sionismo nella sua interezza. Un partito che punta a inserire materie religiose nelle scuole laiche, a sostituire i rabbini ultraortodossi con rabbini nazionalisti, a limitare i poteri della Corte Suprema sulla questione dei diritti umani».

«I palestinesi cittadini di Israele riceveranno cattive notizie – continua Yahni -: i contadini subiranno cambiamenti nelle politiche di distribuzione dell’acqua. Dall’altra i palestinesi a cui Israele non riconosce la proprietà delle terre (come i 100 mila beduini del deserto del Neghev) potrebbero perdere definitivamente l’accesso agli appezzamenti».

«Le colonie – conclude Yahni – sono il cuore dell’ideologia sionista e, insieme al servizio militare, rappresentano una parte essenziale dell’identità israeliana. Tuttavia, Casa ebraica va oltre: intende rinnovare il concetto stesso di “identità ebraica”, in direzione nazionalista. Una simile rivoluzione sarà stemperata dalla presenza nel governo dei partiti ultraortodossi, ma l’impatto di Casa ebraica sarà molto sentito nel dominio laico dell’esistenza israeliana».

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