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Yarmouk in ginocchio

Chiara Cruciati
11 aprile 2015
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Yarmouk in ginocchio
Una strada devastata dai combattimenti nel campo profughi palestinese di Yarmouk, a Damasco. (foto Unrwa/Walla Masoud)

A Damasco, Yarmouk non trova pace: da quasi tre anni sotto assedio dall’interno e dall’esterno, schiacciato nel conflitto tra il governo del presidente Bashar al Assad e i gruppi di opposizione siriani entrati a dicembre 2012, oggi subisce le barbarie dello Stato Islamico (Isis). Ma cosa rappresenta il "campo profughi" di Yarmouk per i palestinesi?


A Damasco, Yarmouk non trova pace: da quasi tre anni sotto assedio dall’interno e dall’esterno, schiacciato nel conflitto tra il governo del presidente Bashar al Assad e i gruppi di opposizione siriani entrati a dicembre 2012, oggi subisce le barbarie dello Stato Islamico (Isis).

I miliziani islamisti sono penetrati definitivamente nel campo il primo aprile: subito sono esplosi gli scontri, una guerriglia urbana tra l’Isis e i gruppi palestinesi rimasti a difesa di Yarmouk. Dall’alto, raccontano i locali, sono cominciate a cadere le bombe del governo siriano, mentre il più forte gruppo di opposizione rimasto dentro il campo – i qaedisti del Fronte al-Nusra – si è dichiarato neutrale ma nei fatti ha sostenuto l’ingresso degli uomini del califfo.

Difficile fornire un bilancio delle vittime civili: fonti Onu parlano di 26 morti, quelle mediche di quasi 200. Perché a Yarmouk vivono ancora 18 mila persone, il 10 per cento della popolazione che stava qui prima che scoppiasse la guerra civile siriana. Fino alla primavera del 2011 erano 160 mila i residenti di Yarmouk, tra loro anche molti siriani poveri, impossibilitati per ragioni economiche a vivere in altri quartieri della capitale.

Da giorni si susseguono gli appelli internazionali, dall’Unione Europea all’Onu, perché i miliziani permettano la creazione di un corridoio umanitario attraverso il quale portare aiuto alla popolazione civile, stremata da tre anni di assedio, ridotta letteralmente alla fame. Durissime le parole pronunciate ieri dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon: «Yarmouk è il girone più profondo dell’inferno, un campo profughi che sembra un campo di sterminio».

Un’attenzione che però è mancata quando lo scorso anno oltre 150 persone morirono per denutrizione: il poco cibo che entrava a Yarmouk veniva confiscato dalle opposizioni che lo rivendevano a prezzi esorbitanti ai civili. Oggi a tale indicibile devastazione si aggiungono le barbarie dello Stato Islamico: sarebbero già due i combattenti palestinesi decapitati dai miliziani islamisti, che con una mano tagliano gole e con l’altra distribuiscono pane per sedare la rabbia dei profughi.

Yarmouk, abbandonato per tre anni, oggi punta a liberare se stesso: ieri 14 gruppi palestinesi del campo si sono accordati con il governo di Damasco per creare una milizia armata congiunta che ricacci indietro Isis e al-Nusra. La Siria non parteciperà direttamente all’operazione militare, ma coordinerà le attività con le fazioni palestinesi.

A Yarmouk guarda oggi tutta la Palestina storica, che in questi giorni organizza in varie città manifestazioni a sostegno del campo profughi. Perché da sempre Yarmouk è considerato da tutto il popolo palestinese, quello che ancora vive in Palestina e quello della diaspora, il simbolo del diritto al ritorno. «Yarmouk è il più grande campo profughi palestinese in Medio Oriente – ci spiega Nidal al-Azze, direttore di Badil, associazione che promuove il diritto al ritorno dei profughi –. Ha da sempre giocato un ruolo centrale nel movimento di resistenza palestinese, soprattutto nella lotta armata tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Yarmouk ha ospitato gli uffici dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) e della leadership palestinese in esilio. Nella cultura nazionale palestinese Yarmouk rappresenta la capitale politica della lotta».

«In quanto campo profughi più grande a livello demografico, le opinioni dei rifugiati di Yarmouk hanno determinato il futuro e le scelte dei leader palestinesi e le posizioni politiche lì espresse sono sempre state prese in considerazione. Eppure Yarmouk non è un campo ufficialmente riconosciuto dall’Onu: è un grande quartiere di Damasco, dove vivevano sia palestinesi che siriani. Per questa ragione è da sempre stato specchio della speciale relazione tra rifugiati palestinesi e popolo siriano: Yarmouk non è mai stato né un campo profughi puro, né un quartiere siriano puro».

Oggi Yarmouk non è solo la «capitale» della diaspora palestinese, ma anche il terreno di battaglia tra i vari attori regionali impegnati nella guerra civile siriana, dai governi arabi anti-Assad (in primis l’Arabia Saudita), ai gruppi di opposizione siriani moderati e islamisti fino all’Isis.

A pagarne il prezzo i civili rimasti a vivere nel campo, che nel 2012 con lo scoppio dei primi scontri decisero di non fuggire: «Buona parte dei 18mila rimasti a Yarmouk è composta dalle famiglie dei combattenti. Un’altra parte sono profughi stanchi di fuggire, stanchi di affrontare un nuovo esodo. Oggi quei civili sono il principale ostacolo a un’operazione militare di vasta scala da parte di Damasco e delle fazioni palestinesi pro-Assad: risiedono nella zona del campo prima controllata da Akfan Beit al-Maqdis (gruppo vicino a Hamas), oggi caduta in mano allo Stato Islamico. Non possono più fuggire, sono intrappolati».

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