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Sondaggio d’opinione: tra i palestinesi prevale lo scetticismo

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10 aprile 2015
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Sondaggio d’opinione: tra i palestinesi prevale lo scetticismo
Il presidente Mahmoud Abbas presiede a Ramallah una riunione ai vertici dell'Autorità Palestinese il 19 marzo 2015. (foto STR/Flash90)

Dopo le elezioni israeliane del 17 marzo scorso la maggior parte dei palestinesi non si aspetta sviluppi positivi. Lo rilevano le interviste a campione realizzate il mese scorso dal Centro palestinese per la politica e i sondaggi. D'altronde resta radicato anche lo scetticismo verso i propri politici. E la resistenza nei confronti di Israele rimane un elemento unificante.


(g.s.) – Cosa pensa l’opinione pubblica palestinese dell’esito delle recenti elezioni israeliane e dell’attuale situazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza?

Non ci sono molti modi per saperlo davvero, ma uno strumento – per quanto imperfetto – prova a tastarne il polso con una certa scientificità. Sono le interviste a campione realizzate periodicamente dal Centro palestinese per la politica e i sondaggi (Palestinian Center for Policy and Survey Research, Psr). L’ultima si è svolta tra il 19 e il 21 marzo scorso e ha raggiunto 1.262 adulti di 127 località diverse (il margine d’errore segnalato dagli operatori è del 3 per cento).

Dopo il rafforzamento del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alle elezioni dello scorso 17 marzo, il 47 per cento degli intervistati si aspetta che le relazioni tra israeliani e palestinesi si inaspriscano. Un altro 32 per cento non si attende variazioni e il 18 per cento immagina un miglioramento.

Oltre 4 intervistati su 10 auspicano un ritorno ai negoziati di pace solo dopo che il governo israeliano si sarà impegnato a congelare gli insediamenti in Cisgiordania. Ma il 36 per cento resta contrario ai negoziati anche in questo caso.

Se oggi si svolgessero le elezioni presidenziali in Palestina e i candidati fossero l’ultraottantenne Mahmoud Abbas (attualmente in carica) e il capo di Hamas nella Striscia di Gaza, Ismail Haniyeh, assisteremmo a un testa a testa (rispettivamente 48 a 47 preferenze su 100). Haniyeh prevarrebbe, e con un buon distacco, a Gaza. Gli elettori della Cisgiordania premierebbero invece Abbas, il cui indice di gradimento è salito rispetto alla fine del 2014 (dal 35 al 40 per cento). Un miglioramento che viene messo in relazione con la decisione di chiedere per la Palestina l’accesso alla Corte penale internazionale (della quale è diventata membro a pieno titolo pochi giorni fa: il primo aprile). Va comunque detto che a battere entrambi sarebbe Marwan Barghouti, storico dirigente palestinese detenuto nelle carceri israeliane e quindi, allo stato attuale, tagliato fuori dalla corsa.

Se invece gli elettori fossero (finalmente) chiamati ad eleggere il nuovo parlamento palestinese, andrebbe alle urne il 71 per cento degli aventi diritto. In base al campione oggi Fatah avrebbe la meglio su Hamas, che invece era in vantaggio subito dopo la guerra di Gaza della scorsa estate.

Un altro dato riguarda la voglia di emigrare. Vorrebbe lasciarsi alle spalle la sua terra il 45 per cento degli intervistati della Striscia di Gaza e il 25 per cento dei residenti in Cisgiordania.

Quasi 8 persone su 10 pensano che negli apparati dell’Autorità Palestinese la corruzione sia diffusa. E solo un terzo ritiene che si possano liberamente criticare l’Autorità Palestinese o i governanti della Striscia di Gaza senza temere ritorsioni. L’86 per cento non reputa lo Stato Islamico una genuina espressione dell’autentico Islam. Di conseguenza viene considerato legittimo impedire pubbliche manifestazioni di sostegno all’Isis.

I palestinesi non si mostrano molto convinti del governo di unità nazionale. Gli ottimisti riguardo alla riconciliazione tra Fatah e Hamas (sancita nel giugno 2014) sono il 42 per cento, i pessimisti il 54. In ogni caso il 62 per cento è insoddisfatto degli esiti. In particolare viene contestato il fatto che siano ancora gli apparati di Hamas a controllare effettivamente la Striscia e non il governo.

Sono sempre di meno (6 su 10) a credere che il movimento islamista sia uscito vincitore dalla guerra contro Israele dell’estate 2014 e che l’esito del conflitto giustifichi le perdite umane e i danni subiti. Il 68 per cento resta a favore del lancio di razzi su obiettivi israeliani fino a quanto non sarà tolto l’assedio alla Striscia.

Se la soluzione «due Stati per due popoli» sembra convincere ancora il 51 per cento degli intervistati (i contrari sono 48 su 100), 6 su 10 ritengono però questa via ormai non più percorribile.

L’85 per cento degli intervistati sostiene la campagna internazionale di boicottaggio contro Israele, il 68 per cento è per una resistenza non violenta, ma anche tra costoro molti non escludono l’opzione della lotta armata, tanto che 48 persone su 100 si dicono favorevoli a una nuova insurrezione.

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