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Dopo un altro «no» del Consiglio di sicurezza Onu, i palestinesi puntano sull’Aia

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5 gennaio 2015
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Dopo un altro «no» del Consiglio di sicurezza Onu, i palestinesi puntano sull’Aia
30 dicembre 2014, a New York il Consiglio di sicurezza Onu respinge la bozza di risoluzione presentata dalla Giordania. (foto: Onu/Evan Schneider)

Il 30 dicembre scorso, senza bisogno del veto Usa, il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha bocciato una bozza di risoluzione che fissava scadenze precise per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Ma tutti sono concordi nel considerare la situazione in Terra Santa intollerabile. Ora la contesa diplomatica si sposta alla Corte penale internazionale.


(g.s.) – Per la seconda volta nel giro di pochi anni, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si è dimostrato un terreno refrattario alle iniziative palestinesi. Nel settembre 2011, senza bisogno del veto del governo di Washington, il Consiglio respinse la richiesta palestinese di ottenere il riconoscimento di Stato membro. Il 30 dicembre scorso, con analogo copione, non è passata una bozza di risoluzione presentata dalla Giordania, per conto dei palestinesi, che chiedeva all’Onu di fissare delle scadenze precise: il raggiungimento di un accordo di pace israelo-palestinese entro un anno e il ritiro progressivo delle truppe di Israele dai territori occupati entro il 2017. La proposta ha raccolto solo 8 sì (anziché i 9 necessari) e così gli Stati Uniti – che si erano spesi per questo esito – non si sono trovati a dover opporre il (per altro preannunciato) veto.

Al di là della soddisfazione del governo israeliano – che era giunto a definire un’aggressione l’iniziativa palestinese e una minaccia alla sua sicurezza – il voto del 30 dicembre 2014 ha sollevato più di un interrogativo: la bozza di risoluzione era stata presentata al Consiglio poco dopo metà dicembre, ma sembrava che si fosse disposti ad attendere qualche tempo prima di metterla al voto (gli stessi giordani suggerivano di non precipitare le cose). La decisione di accelerare i tempi è maturata durante una riunione post-natalizia del gruppo dei 22 Paesi arabi in seno all’Onu: si è optato per procedere entro fine anno, evitando di negoziare ancora limando il testo e senza attendere l’ingresso nel Consiglio di sicurezza di 5 nuovi membri (alcuni dei quali teoricamente più benevoli verso l’iniziativa palestinese) in base alla rotazione biennale dei 10 membri non permanenti. Perché?

Altro tema è il ruolo delle Nazioni Unite. Motivando il proprio voto, tutti nel Consiglio di sicurezza – anche i governi che hanno bocciato la bozza di risoluzione – hanno convenuto che la situazione attuale non è più tollerabile. Il punto è: lasciare i due contendenti a se stessi (e alle fin qui impotenti mediazioni americane) o tentare strade nuove, con un maggiore protagonismo Onu? Per la seconda ipotesi si sono pronunciati, con sfumature diverse, 4 dei 5 membri permanenti del Consiglio: Cina, Russia, Francia e Gran Bretagna (che pure ha scelto di astenersi, non condividendo la formulazione della risoluzione).

Accantonata, per il momento, l’offensiva diplomatica al Palazzo di vetro di New York, ora la contesa tra israeliani e palestinesi si trasferisce all’Aia, in Olanda, dove ha sede la Corte penale internazionale. Il tribunale è stato istituito con un trattato – lo Statuto di Roma – firmato nella capitale italiana nel 1998 e ha iniziato a svolgere le sue funzioni nel 2002, quando il patto è stato ratificato dal sessantesimo dei suoi attuali Stati membri (oltre 120).

La Corte è un’organizzazione internazionale che non fa parte del sistema delle Nazioni Unite. Si tratta di un tribunale di ultima istanza, che giudica individui accusati di gravi reati di rilevanza internazionale, quali il genocidio, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità. La Corte interviene solo se le giurisdizioni nazionali competenti non perseguono gli accusati o addirittura cercano di proteggerli. Il procedimento presso la Corte si attiva su richiesta di uno degli Stati membri o su istanza del Consiglio di sicurezza Onu. A parte la Giordania, nessun altro Paese del Medio Oriente ha ratificato lo Statuto di Roma, così come non vi hanno aderito nazioni che hanno motivo di temere che i propri militari o responsabili politici possano essere esposti alle eventuali sanzioni di un organo giudiziario esterno ai loro ordinamenti (tra questi, ad esempio, gli Usa, la Russia, la Cina, l’India, quasi tutti gli Stati arabi e Israele).

La Corte può infliggere una pena massima di 30 anni di reclusione, ma in casi di estrema gravità può anche optare per l’ergastolo.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha firmato la richiesta di aderire allo Statuto di Roma il 31 dicembre scorso, ma il trattato istitutivo della Corte assegna questa possibilità solo agli Stati. La Palestina sarà considerata tale? Il premier israeliano Benjamin Netanyahu si augura di no, ma la gran parte dei governi del pianeta, e dal 29 novembre 2012 anche l’Assemblea generale dell’Onu, considerano la Palestina uno Stato. Un punto a favore dei dirigenti palestinesi, che hanno per obiettivo ultimo quello di portare i giudici dell’Aia a giudicare eventuali criminali di guerra israeliani. È anche vero, però, che una volta riconosciuta la giurisdizione della Corte penale internazionale gli stessi cittadini palestinesi potrebbero finire sotto processo se ritenuti responsabili di crimini di guerra e non perseguiti dal sistema giudiziario palestinese. Ma chi avvierebbe un procedimento a loro carico?

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