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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Nel mondo 250 milioni di spose bambine, molte le mediorientali

Francesco Pistocchini
11 dicembre 2014
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Il problema dei matrimoni forzati di bambine e ragazze minorenni è più che mai di attualità. Le ultime stime dell’Unicef parlano di circa 250 milioni di donne che sono state costrette a sposarsi prima di avere compiuto 15 anni. Il fenomeno attraversa regioni molto diverse ed è assai diffuso anche in molti Paesi del Medio Oriente.


Il problema dei matrimoni forzati di bambine e ragazze minorenni è più che mai di attualità. Le ultime stime dell’Unicef parlano di circa 250 milioni di donne che sono state costrette a sposarsi prima di avere compiuto 15 anni. Il fenomeno attraversa regioni molto diverse, dall’Africa sub-sahariana all’Asia meridionale all’America latina, ed è legato a differenti contesti culturali e religiosi, ma che hanno nella povertà diffusa un tratto comune. Una parte di queste bambine spose vive in Medio Oriente dove le tragedie umanitarie di questi ultimi anni sembrano aggravare la situazione.

La scorsa estate l’agenzia dell’Onu per l’infanzia (Unicef) ha denunciato il diffondersi di matrimoni combinati e precoci tra i siriani, rifugiati nei Paesi limitrofi a causa della guerra (1,2 milioni in Libano e oltre 600 mila in Giordania). Nel 2013 un quarto dei matrimoni di rifugiati siriani in Giordania ha riguardato ragazze sotto i 18 anni. Nella situazione precaria in cui le famiglie vivono in campi come Zaatari, dove 80 mila persone sono alloggiate in tende nel deserto, la «sistemazione» delle figlie minorenni è considerata da molti una buona scelta. Talvolta i mariti sono uomini maturi, di Paesi arabi più ricchi, e normalmente alle adolescenti non viene data alcuna possibilità di decidere autonomamente.

Le giovani costrette al matrimonio, secondo i dati raccolti dall’Unicef, non solo sono più soggette ad abbandonare in anticipo la scuola, ma corrono maggiori rischi in gravidanza. Tratte in inganno dal fascino delle feste che accompagnano le nozze, molte bambine si ritrovano segregate nella casa di uno sconosciuto, assegnate ai lavori domestici e, spesso, condannate a maltrattamenti e violenze. La comunità internazionale cerca di porre limiti al fenomeno attraverso le convenzioni internazionali che, però devono essere applicate attraverso la legislazione nazionale. Un tentativo di modificare costumi radicati è in corso nello Yemen, dove oltre la metà delle spose sono minorenni, e nel maggio di quest’anno è stata presentata una proposta di legge che impone la maggiore età per convolare a nozze. Un tentativo precedente era stato bloccato nel 2009 dai conservatori nel Parlamento yemenita. Neppure in Arabia Saudita la legge pone limiti di età, mentre in Giordania e Territori Palestinesi, il limite è solo di 16 anni per i maschi e 15 per le femmine.

In Libano, dove la legge prevede l’obbligo della maggiore età, ma sciiti e drusi possono avere autorizzazioni speciali ad abbassarla, l’associazione per le pari opportunità Abaad il 10 dicembre ha lanciato un video di sensibilizzazione, realizzato con finanziamenti europei, dal titolo Il matrimonio non è un gioco. Proprio il Paese dei cedri, che ospita il maggior numero di rifugiati siriani, molti in gravi difficoltà economiche, vede aumentare i matrimoni forzati, di cui, come sempre, le femmine sono le principali vittime.

«Questo premio non è solo per me – ha affermato ieri mattina la diciassettenne pakistana, di etnia pashtun, Malala Yousafzai ricevendo (prima minorenne nella Storia) il Premio Nobel per la pace a Oslo -. È per i bambini senza voce che vogliono un cambiamento». Tra questi, ha ricordato le giovani spose.

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