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L’Alta Corte di giustizia israeliana boccia le norme contro gli «infiltrati»

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24 settembre 2014
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L’Alta Corte di giustizia israeliana boccia le norme contro gli «infiltrati»
Manifestazione di migranti africani lungo la recinzione del centro di detenzione di Holot, nel deserto del Neghev, nel febbraio 2014. (foto Flash90)

Il governo di Israele ha tre mesi di tempo per smantellare il campo di detenzione di Holot, nel deserto del Neghev. Lo stabilisce una sentenza pronunciata il 22 settembre dall’Alta Corte di giustizia israeliana. Nel campo sono confinati, a tempo indeterminato, almeno 2.200 migranti africani, in gran parte eritrei e sudanesi.


(g.s.) – Il governo di Israele ha tre mesi di tempo per smantellare il campo di detenzione di Holot, nel deserto del Neghev. Lo stabilisce una sentenza pronunciata il 22 settembre dall’Alta Corte di giustizia israeliana. Nel campo sono confinati, a tempo indeterminato, almeno 2.200 migranti africani, in gran parte eritrei e sudanesi, che negli ultimi anni hanno varcato clandestinamente il confine che corre tra Israele e l’Egitto nella penisola del Sinai.

Gli involontari «ospiti» del centro hanno una limitata libertà di movimento: possono uscire dalla cinta del campo, ma, fino a lunedì scorso, dovevano essere presenti ai tre appelli previsti nell’arco della giornata (mattino, mezzogiorno e sera). Considerato che Holot sorge in un’area desertica, le loro reali possibilità di interazione con la società israeliana sono alquanto limitate.

Secondo varie organizzazioni umanitarie israeliane, uno degli intenti del campo è di fiaccare la resistenza psicologica degli «infiltrati» (come li definisce la stessa legge che regola le misure di contrasto) inducendoli a chiedere il rimpatrio. Cosa che però, in molti casi, comporterebbe serie minacce alla loro incolumità – per via delle condizioni in cui versano i loro Paesi d’origine – e quindi andrebbe contro i princìpi che ispirano il diritto umanitario internazionale.

Un anno fa la stessa Corte aveva dichiarate illegittime le precedenti norme che consentivano la detenzione fino a tre anni, spingendo il governo a varare la normativa ora nuovamente bocciata.

L’Alta Corte ha stabilito che è illegittimo detenere senza alcun processo né limiti di tempo prestabiliti un essere umano. D’ora in poi – salvo nuovi interventi legislativi – le autorità israeliane potranno trattenere le persone che hanno violato i confini non oltre i 60 giorni. I giudici hanno anche statuito che fino al momento della chiusura del campo gli appelli quotidiani siano ridotti a due, con l’abolizione di quello a metà giornata. Permane l’obbligo di pernottare nella struttura.

Il ministro dell’Interno Gideon Sa’ar ha commentato aspramente la sentenza della Corte e annunciato le proprie dimissioni, non senza auspicare che vengano riviste le norme che regolano le attribuzioni della Corte allo scopo di evitare che i giudici entrino in conflitto con le esclusive competenze del governo. «Non è razionale – secondo il ministro – che proprio le norme che si sono dimostrate efficaci per contrastare le infiltrazioni, un fenomeno che molti Paesi occidentali non hanno saputo fronteggiare con successo, siano quelle che vengono falciate dalla Corte».

Dati Onu parlano di 53 mila i profughi stranieri sul suolo israeliano, molti dei quali entrati surrettiziamente dal confine con l’Egitto, che proprio per questo è stato munito di un imponente reticolato dal governo Netanyahu.

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