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Iraq e Kurdistan, il petrolio che divide

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19 giugno 2014
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Iraq e Kurdistan, il petrolio che divide
Una delle due petroliere che incrociano nel Mediterraneo cariche di greggio estratto nel Kurdistan iracheno.

Da alcuni giorni, due enormi petroliere stanno navigando senza meta nel mar Mediterraneo. Trasportano un milione di barili di petrolio ciascuna, in vendita tra l’altro «a metà prezzo». Nessun porto però sembra volerle accogliere. Il Paese che volesse fare l’affare acquistando il loro petrolio contribuirebbe forse a spingere l’Iraq verso la disintegrazione.


(c.g.) – Da alcuni giorni, due enormi petroliere – la United Leadership e la United Emblem della Marine Management Service MC – stanno navigando senza meta nel mar Mediterraneo. Trasportano un milione di barili di petrolio ciascuna, in vendita tra l’altro «a metà prezzo». Nessun porto però sembra volerle accogliere, neanche avessero un equipaggio di appestati. Il fatto è che – come spiega oggi l’agenzia Bloomberg – il Paese che volesse fare l’affare acquistando il loro petrolio contribuirebbe forse a spingere l’Iraq verso la disintegrazione.

Queste due navi sono provano che il petrolio è una delle cause della guerra in Iraq. Il greggio che trasportano, infatti, è al centro di una contesa tra la regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno – che ha estratto e imbarcato il petrolio sulle navi – e il governo centrale di Baghdad, che rivendica il diritto di incassare i guadagni della vendita.

Secondo gli esperti, il Kurdistan iracheno è ricchissimo di petrolio: avrebbe un’autonomia di 45 miliardi di barili, un quarto delle riserve irachene. Dal 2003, anno dell’invasione americana dell’Iraq, il governo di Erbil, capoluogo della regione, rivendica il diritto ad estrarre il petrolio dei suoi giacimenti tenendo per sé i proventi della vendita; Baghdad, invece, ha sempre sostenuto che il ricavato di quel petrolio debba andare al governo centrale, che poi girerebbe solo una piccola quota al Kurdistan. Erbil vede nella ricchezza derivante dalla vendita del petrolio un fattore di sviluppo del suo territorio. Baghdad, invece, teme che questo risvegli i sogni di indipendenza curda e porti alla disgregazione dello Stato.

Nel corso degli ultimi mesi la polemica tra Erbil e Baghdad si è esacerbata. Da una parte, un numero crescente di multinazionali del petrolio hanno deciso di investire in Kurdistan (considerato più sicuro del Sud dell’Iraq e della regione occidentale irachena, pericolosamente vicina alla Siria). Dall’altra, tra il 2012 e il 2013 è stato costruito un nuovo oleodotto «strategico» che ha reso Erbil indipendente da Baghdad: l’oleodotto (che si dipana solo su territorio curdo) unisce la città di Kurmala al confine turco. Qui si connette a un preesistente oleodotto turco che arriva fino alla città di Ceyhan, sulle sponde del Mediterraneo. In questo modo Erbil, contro il parere di Baghdad ma pericolosamente sostenuta dal governo turco, ha iniziato ad esportare il suo petrolio. Nei primi mesi, il greggio curdo veniva pompato fino al porto di Ceyhan dove veniva stipato senza essere messo in vendita. Il 22 maggio scorso, però, il Kurdistan ha rotto gli indugi mettendosi apertamente contro Baghdad: l’oleodotto ha iniziato a lavorare a pieno regime e la prima petroliera, la United Leadership, è salpata verso un porto mediterraneo non meglio identificato, colma di «oro nero». Nel frattempo le autorità di Baghdad hanno reagito chiedendo ai Paesi occidentali possibili acquirenti, di non comprare quello che considerano «petrolio illegale». Il 10 giugno, anche una seconda petroliera, la United Emblem, viene caricata di greggio curdo e prende il largo. Lo stesso giorno, però, la situazione in Iraq precipita tragicamente: i miliziani islamisti sferrano il loro attacco alla città di Mosul, conquistandola, per poi puntare verso Baghdad.

Anche sul campo, l’obiettivo dei belligeranti è di conquistare innanzitutto le raffinerie ed i pozzi petroliferi, per controllare le risorse economiche del Paese. In queste ore, ad esempio, guerriglieri dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) e forze dell’esercito regolare si stanno affrontando per il controllo della più grande raffineria irachena, a Beiji, 250 chilometri a nord di Baghdad. Mentre i peshmerga, l’esercito curdo, hanno disposto le loro truppe intorno a Kirkuk, città settentrionale vicina al Kurdistan iracheno il cui territorio è ricco di petrolio.

L’unica speranza per fermare gli estremisti dell’Isil nella loro avanzata, è che il Paese si dimostri unito. Questa è anche la posizione espressa ieri dal vice-presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, che ha sollecitato il primo ministro iracheno, Nuri al Maliki, a coinvolgere nella lotta le forze curde. In questo contesto, se un qualsiasi Paese occidentale decidesse di acquistare il prezioso carico della United Leadership o della United Emblem, si prenderebbe la responsabilità di allontanare un’intesa tra Baghdad ed Erbil; aiutando, indirettamente, la vittoria dei fondamentalisti islamici.

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