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Salvate Alessandria!

di Elisa Ferrero
10 marzo 2014
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Nata dalla fusione di tre gruppi su Facebook, l’iniziativa Salvate Alessandria è stata lanciata nel 2013 per salvare il patrimonio architettonico di quest’antica città cosmopolita del Mediterraneo. Tra gli attivisti coinvolti in questa campagna troviamo gli stessi giovani già visti in piazza Tahrir, nel gennaio 2011. Le loro non sono iniziative di retroguardia, perché tentare di salvare il patrimonio architettonico di Alessandria significa, anche, mettersi contro la mafia edilizia, la polizia e le autorità politiche conniventi.


Nata dalla fusione di tre gruppi su Facebook, l’iniziativa Salvate Alessandria è stata lanciata nel 2013 per salvare il patrimonio architettonico di quest’antica città cosmopolita del Mediterraneo, nella quale hanno vissuto, oltre agli egiziani, comunità greche, italiane, ebraiche, armene… ciascuna lasciando segni tangibili della propria ricchezza culturale. Tuttavia, l’incredibile boom demografico che ha colpito l’Egitto negli ultimi decenni, non risparmiando nemmeno Alessandria, ha incoraggiato la costruzione selvaggia «in verticale» di enormi grattacieli. Per far spazio a questi colossi di cemento – spesso talmente mal costruiti da crollare, come sovente si legge sui giornali – si è proceduto alla demolizione di edifici storici, architettonicamente pregiati, sfigurando l’aspetto e l’identità della città. In teoria, esiste una legge che «proibisce la demolizione di edifici dallo stile architetturale unico, collegato alla storia nazionale, a un personaggio storico o a un sito turistico» (Legge 144/2006). Tuttavia, la norma è spesso aggirata grazie a cavilli, se non addirittura violata con la connivenza delle autorità. Negli anni, si è così sviluppata una vera e propria mafia edilizia che alletta, o vessa, i proprietari di questi antichi edifici, finché non riesce a comprarli per poi raderli al suolo e costruire al loro posto condomini con decine di piani.

È a questo punto che interviene Salvate Alessandria: monitorando costantemente gli edifici protetti; convocando manifestazioni per impedire le demolizioni; sensibilizzando la cittadinanza che abita nelle loro vicinanze, affinché vigili e li presidi; ricorrendo a vie legali per fermare gli ordini di abbattimento degli edifici protetti. In un anno Salvate Alessandria ha fatto parlare di sé, riuscendo a salvare (per ora) alcune ville minacciate di demolizione, fra le quali c’è anche Villa Ambron, ex dimora dello scrittore britannico Lawrence Durrell. Altre ville, purtroppo, sono andate perse. La battaglia si fa difficilissima, visto che il 22 febbraio, come pubblicato nella Gazzetta Ufficiale egiziana, lo Stato ha rimosso numerose ville storiche dalla lista degli edifici da proteggere, consentendo ai proprietari di vendere o demolire.

Ciò che colpisce – ma in realtà non stupisce – è trovare fra gli attivisti coinvolti nella lotta per la preservazione del patrimonio architettonico egiziano gli stessi giovani già visti in piazza Tahrir, durante la rivoluzione del gennaio 2011. Assenti dai massimi vertici della politica e da tutte le altre posizioni di comando, è a questo livello, con questi modi pacifici, che portano avanti la loro rivoluzione, impegnati a costruire (o a impedire la distruzione) soprattutto a livello culturale. È nei movimenti, nelle organizzazioni e nelle campagne tipo Salvate Alessandria che si può rintracciare l’altro capo del filo che collega piazza Tahrir, e la sua rivoluzione, alla società intera.

Ma sarebbe sbagliato concludere che i giovani di piazza Tahrir stiano fuggendo l’impegno politico, per delusione, mancanza di coraggio o incapacità di assumersi gravi responsabilità, trovando rifugio in attività «minori», perché campagne come Salvate Alessandria hanno forti ripercussioni e sconfinamenti nella politica. Tentare di salvare il patrimonio architettonico di Alessandria significa, infatti, mettersi contro la mafia edilizia della città, oltre che contro la polizia e le autorità politiche conniventi. Lo sa bene Sherif Farag, uno dei fondatori di Salvate Alessandria. Assistente lettore alla Facoltà di Belle Arti di Alessandria, Sherif è stato arrestato il 24 novembre 2013 durante un raid notturno nella casa di famiglia, con l’accusa di aver violato la nuova legge anti-proteste. Poi, contro di lui sono state costruite una montagna di accuse assurde, dall’appartenenza alla Fratellanza Musulmana (che i suoi amici negano del tutto) alla rapina in una banca. Del resto, Sherif era anche un attivista per i diritti dei docenti e degli studenti universitari, quindi è sicuramente un personaggio scomodo per le autorità locali.

Sherif è ancora in carcere e ha dovuto chiedere un giorno di permesso per poter discutere la sua tesi di master. Intanto, negli ultimi mesi, la campagna Salvate Alessandria, sta lentamente acquisendo la forma di una vera e propria piattaforma politica che mira a restituire la città ai suoi cittadini, lottando inoltre contro l’accentramento amministrativo cairota. Alessandria è una città da tenere d’occhio.

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