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La bussola del patriarca

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13 febbraio 2014
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La bussola del patriarca
Il patriarca Bechara Rai (a sin.) e il presidente libanese Michel Sleiman.

Negli ultimi giorni in Libano sono diventati sempre più decisi gli interventi del patriarca maronita, il card. Bechara Boutros Rai, che si è scagliato ripetutamente e con forza contro interessi di parte e sete di potere dei politici, nel tentativo di far uscire il Paese dalla palude in cui si trova. Alcuni principi cardine per l'azione politica.


(Milano/c.g.) – Negli ultimi giorni in Libano sono diventati sempre più decisi gli interventi del patriarca maronita, il card. Bechara Boutros Rai, che si è scagliato ripetutamente e con forza contro interessi di parte e sete di potere dei politici, nel tentativo di far uscire il Paese dalla palude in cui si trova.

Da oltre dieci mesi, infatti, il Libano non ha un governo vero e proprio, nonostante che il primo ministro incaricato, il sunnita Tammam Salam, stia cercando in ogni modo di trovare un accordo tra i due blocchi che siedono in parlamento: la Coalizione 8 marzo (composta dai sciiti di Hezbollah e dai cristiani del Movimento patriottico libero) e la Coalizione 14 marzo (composta dai sunniti del Movimento per il Futuro e dai cristiani della Forza libanese e della Falange libanese). Una situazione di debolezza politica troppo pericolosa, anche alla luce della vicina guerra siriana e della imminente elezione del presidente della Repubblica (che dovrebbe avvenire in maggio, salvo intoppi).

Il patriarca Rai lo scorso 5 febbraio ha pronunciato un vero e proprio «discorso alla nazione», rendendo pubblica la «Carta nazionale» che la Chiesa maronita propone a tutto il Libano: un documento che contiene le linee guida per uscire dalla crisi in cui versa il Paese. Nel documento, innanzitutto, si indica come irrinunciabile il principio della coesistenza e della collaborazione tra cristiani e musulmani; secondariamente si punta il dito contro le forze che pensano solo alla «propria sicurezza», adducendo come giustificazione la debolezza dello Stato (riferimento implicito all’ingombrante forza militare di Hezbollah), e contro la sete di potere che impedisce ai politici di preoccuparsi del bene comune.

Le reazioni al discorso di Rai sono state molte, concordi e forse anche scontate. A parte il no comment di Hezbollah, il primo ministro incaricato Tammam Salam ha subito telefonato a Rai per congratularsi; il presidente della Repubblica Michel Sleiman ha dichiarato di sostenere la Carta nazionale maronita, così come numerosi esponenti dell’alleanza dell’8 marzo e di quella del 14 marzo.

Nel concreto, però, il discorso non sembra aver avuto ancora esiti sulla soluzione della crisi. Le forze politiche stanno valutando in questi giorni la proposta «salomonica», avanzata dal primo ministro designato Salam, di un governo di unità nazionale composto da 24 dicasteri; un esecutivo in cui siano rappresentati tutti i partiti e dove, a ciascuno dei tre maggiori gruppi religiosi (sunniti, sciiti e cristiani), sia garantito lo stesso numero di 8 ministeri; poltrone che verrebbero inoltre occupate «a rotazione», con una staffetta tra ministri di schieramenti diversi, in modo da non scontentare nessuno. Una proposta appoggiata dal presidente della Repubblica, il cristiano Michel Sleiman e dal presidente del parlamento, lo sciita, Nabih Berri.

Nonostante i suoi sponsor, l’iniziativa sta però trovando un ostacolo insormontabile: l’ex generale Michel Aoun, leader del Movimento patriottico libero, partito cristiano alleato di Hezbollah, ha dichiarato di non accettare il principio della rotazione dei ministeri. Aoun in particolare rivendica per il suo partito, senza alcuna rotazione, il ministero dell’Energia. Il veto di Aoun si comprende meglio considerando il fatto che quel dicastero sta diventando sempre più strategico per il Paese: il suo «portafoglio» si è molto gonfiato dopo la scoperta di ingenti giacimenti di gas e petrolio al largo delle coste libanesi. L’assegnazione dei diritti di estrazione alle multinazionali, la costruzione di infrastrutture e la vendita degli idrocarburi costituiranno un enorme giro d’affari per il Libano nei prossimi decenni. Inoltre l’attuale ministro dell’Energia Gebran Bassil è il genero dello stesso Aoun e occupa la sua poltrona da oltre quattro anni, avendo ricoperto questo incarico ininterrottamente dal 2009: la sua prima nomina, infatti,risale al governo presieduto da Saad Hariri (novembre 2009 – gennaio 2011); confermata in quello successivo, presieduto da Najib Mikati, ( giugno 2011- marzo 2013). E continuata, in assenza di un successore, fino ad oggi.

Martedì 11 il patriarca maronita Bechara Rai è tornato ad ammonire: se non si approva subito un governo in cui cristiani e musulmani condividano equamente il potere, c’è il rischio che il Paese venga «trascinato nell’abisso». «Non è possibile, dopo dieci mesi senza governo e alla vigilia dell’elezione del presidente della Repubblica, aprire una nova crisi», ha detto Rai.

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