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Siria, Iraq, Libano… I rischi di un unico campo di battaglia

Terrasanta.net
4 gennaio 2014
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Mai come oggi appare chiaro che la guerra in Siria potrebbe degenerare in un conflitto internazionale: una guerra combattuta in più Paesi mediorientali da milizie islamiste legate ad Al Qaeda. In Libano si susseguono gli attentati contro obiettivi sciiti e sunniti. In Iraq gli islamisti assumono il controllo militare di alcune città.


(Milano/c.g.) – Mai come oggi appare chiaro che la guerra in Siria potrebbe degenerare in un conflitto internazionale: una guerra combattuta in più Paesi mediorientali da milizie islamiste legate ad Al Qaeda.

In Libano una bomba esplosa due giorni fa in un quartiere di Beirut abitato per lo più da una componente sciita contigua ad Hezbollah, ha causato sei morti e oltre 60 feriti. Non è la prima bomba che esplode purtroppo in Libano, negli ultimi mesi. Ma il sangue di queste vittime in particolare suona come un tragico campanello di allarme ed evoca nei libanesi l’incubo di una nuova guerra civile.

La bomba è esplosa a solo sei giorni dall’ordigno che ha ucciso Mohamad Chatah, ex ministro sunnita ed esponente dell’opposizione all’attuale compagine di governo. L’attentato sembra una precisa risposta bellica e indica che il Paese potrebbe presto diventare il campo di battaglia di forze avverse. In questo senso, desta preoccupazione la rivelazione fatta al New York Times da parte di un analista dei servizi segreti israeliani, secondo cui Hezbollah – oggi impegnato militarmente in Siria – starebbe trasportando in queste ore missili di piccola, media e lunga gittata dalla Siria in Libano. D’altra parte anche le milizie sunnite impegnate in Siria contro il regime di Bashar al Assad, potrebbero presto scegliere di affrontare Hezbollah direttamente in Libano. Secondo la redazione del quotidiano libanese Naharnet, infatti, il primo gennaio un leader del movimento salafita jihdaista della Giordania (alleato dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, organizzazione legata ad Al Qaeda e da mesi impegnata nella guerra in Siria contro Assad), avrebbe rivelato che Al Nusra e Isis hanno deciso di iniziare azioni militari in Libano. «Vogliono essere presenti militarmente nel Paese fino a quando Hezbollah non si ritirerà dalla Siria e non avrà liberato gli ostaggi che ha rapito», ha dichiarato il leader islamista.

La Chiesa libanese, dal canto suo, non si stanca di ammonire. Il patriarca maronita Bechara Boutros Rai, domenica ha avuto parole di fuoco nei confronti di quegli Stati che stanno alimentando il conflitto siriano rifornendo armi sia al regime, sia all’opposizione. Il patriarca ha anche puntato il dito contro i partiti libanesi e la loro litigiosità, accusandoli in questo modo di creare ostacoli alla vita pubblica del Libano, bloccando le decisioni importanti per il Paese. «In questo modo cresce la paura che il conflitto siriano possa riversarsi in Libano e si incoraggiano i cittadini ad abbandonare il Paese», ha detto il patriarca.

Anche sul fronte iracheno si registra un salto di qualità nella strategia di Al Qaeda. Proprio in questi giorni l’organizzazione terroristica è passata da una attività clandestina di attentati suicidi ad una vera e propria occupazione militare del territorio dello Stato. Il 2 gennaio militanti di dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante hanno conquistato metà della città di Falluja e quartieri della città di Abnar, capitale della grande provincia irachena di Ramadi. Si tratta di due delle maggiori città irachene, entrambe a maggioranza sunnita. La scelta di Al Qaeda di venire allo scoperto e occupare militarmente le due città è stata provocata dalla decisione del governo iracheno di sgomberare, lunedì 30 dicembre, una protesta antigovernativa che si stava svolgendo nella città di Ramadi.

La reazione del governo non si è fatta attendere: a Falluja sono intervenute le forze speciali irachene mentre a Ramadi, Al Qaeda ha trovato l’opposizione sia della polizia irachena, sia di uomini armati delle locali tribù che mal sopportano il terrorismo islamista. La situazione sul terreno rimane ancora incerta.

Nel 2013 l’Iraq è stato massacrato da bombe e attentati con un livello di violenza crescente, che non si vedeva dal 2008: secondo l’ong inglese Iraq Body Count che si è data il compito di tenere un conto accurato delle vittime del conflitto iracheno, dall’ottobre del 2012 all’ottobre 2013 in Iraq ci sono stati 8.200 morti ammazzati. In gran parte civili, in gran parte vittime di bombe seminate da gruppi islamici riconducibili ad Al Qaeda.

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