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Un cuore per la Palestina

Emma Mancini
13 giugno 2013
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Tre giovani palestinesi da poco più di un mese hanno lanciato a Betlemme una campagna per sensibilizzare i gruppi di turisti e pellegrini di tutto il mondo in visita alla basilica della Natività. Offrendo loro una maglietta che esprime amore per la Palestina li invitano a conoscere meglio il destino del loro popolo e della loro terra.


(Betlemme) – Un piccolo banchetto, a pochi metri dall’ingresso della basilica della Natività, nel cuore di Betlemme, è coperto da magliette che recano la scritta I Palestine. Tre giovani palestinesi avvicinano i gruppi di turisti da tutto il mondo pronti ad entrare nella chiesa. Offrono loro una maglietta: «È gratis – dicono –. Solo una condizione: la dovete indossare subito». E parte la chiacchierata.

La campagna I love Palestine è nata poco più di un mese fa dalla mente di tre ragazzi di Betlemme, Moaz, Mohammed e Muhesen. «Sono milioni i turisti che visitano la Palestina senza sapere nulla del conflitto, della nostra storia e della nostra attuale realtà», ci spiega Moaz, che è anche membro del Comitato popolare cittadino. «Vengono qui senza avere alcun retroterra e spesso non si rendono nemmeno bene conto di dove si trovino. Pensano di essere in Israele, anche qui a Betlemme. Tale convinzione è spesso dovuta alle politiche delle autorità israeliane che inviano un messaggio volutamente sbagliato».

«Così ci siamo riuniti, io e i miei due amici, e abbiamo iniziato a discutere su cosa si poteva fare per intercettare i turisti e i pellegrini e spiegare loro cos’è la Palestina e cos’è il popolo palestinese. In breve abbiamo deciso di far partire la campagna: regaliamo le magliette e ne approfittiamo per parlare con la gente di tutto il mondo».

Un’idea semplice ed efficace: lo straniero si avvicina, indossa la t-shirt in regalo e scambia quattro chiacchiere con i tre giovani. Nascono domande, dubbi, e spesso nuova consapevolezza. Una consapevolezza che a volte non esiste: poco tempo fa a un questionario proposto dall’associazione palestinese Alternative Tourism Group di Beit Sahour molti pellegrini e turisti avevano fornito risposte errate, del tipo: il conflitto israelo-palestinese è terminato nel 1994, Betlemme è in Israele, le colonie sono stabilimenti per le vacanze estive.

«La nostra campagna ha l’obiettivo di ribadire la nostra identità, la nostra storia e la nostra eredità culturale – continua Moaz –. Non è diretta solo agli internazionali, ma anche alla stessa comunità palestinese, che a volte “dimentica” da dove proviene. Per questo stiamo pensando a nuove iniziative per allargare la campagna. Ci sposteremo anche in altre città palestinesi, sia in Cisgiordania che nello Stato di Israele, e vorremmo coinvolgere altre realtà, gruppi o organizzazioni. Che magari ci finanzino: per ora paghiamo tutto il materiale con i nostri portafogli».

L’iniziativa giunge mentre il ministero del Turismo israeliano pubblica sul suo sito le nuove mappe. Se la Striscia di Gaza vi compare come un corpo estraneo, per il resto manca la distinzione tra il suolo israeliano e i Territori Palestinesi della Cisgiordania. Le città e i villaggi palestinesi che vi sorgono (considerati dagli Accordi di Oslo del 1993-1995 nelle Aree A e B sotto amministrazione civile palestinese) vengono segnalati con una diversa sfumatura di colore, ma senza fornire alcuna spiegazione in merito.

«Israele tenta da decenni in vari modi di portare avanti l’occupazione della Palestina – osserva Moaz – attraverso il Muro, le colonie, la confisca di terre, il controllo totale delle risorse naturali. Allo stesso tempo cerca di indurre il popolo palestinese a considerare normale una situazione anormale. Dal punto di vista turistico, agisce controllando i flussi: nella maggior parte dei casi, i pellegrini e i turisti internazionali vengono portati a visitare Betlemme con una guida israeliana, restano poco più di un’ora e visitano solo la Chiesa della Natività. Non hanno alcun contatto con la comunità palestinese, non entrano nei negozi o nei ristoranti. Non parlano con noi. È come se non esistessimo. E se esistiamo, veniamo dipinti come pericolosi, come potenziali terroristi».

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